Tuesday, 19 February 2013

I'm Not Here

Carissimi,

The Brain has drained dentro un'altra piattaforma. Mi trovate qui:



Che fate, venite pure voi? Coraggio, l'acqua è caldissima...


Sunday, 10 February 2013

Il monumento al buco - Il mistero degli Stargate di Pietrasanta






“E questo cosa vorrebbe essere?” chiede inevitabilmente il forestiero che si trovi a rimirare la scultura in marmo bianco collocata nella piazza antistante alla stazione di Pietrasanta.

A questa domanda i nativi rispondono di solito con facezie di vario genere, “è il monumento al buco!” dicono a volte, facendosi una gran risata.

Pochi però sono disposti a parlare del mistero che circonda questo luogo. I Versiliesi sono gente pratica, che non vuole certo ritrovarsi in città Giacobbo e tutta la troupe di Voyager accampata in stazione. L’amministrazione comunale teme, forse a ragione, che se la verità diventasse di dominio pubblico ciò darebbe il via a tutta una serie di disordini e sgradevoli conseguenze.
Chi può dire cosa succederebbe se il segreto del buco arrivasse alle orecchie sbagliate? E se qualcuno se ne avvantaggiasse per loschi fini?


I primi ad accorgersi che c'era qualcosa di strano furono i tre dipendenti del comune che un lunedì qualsiasi, si era nel lontano 2004, lavoravano alla posa del monumento. Uno di loro, che chiameremo Giovà, si mise seduto cavalcioni dentro al buco per poter con più agio fissare un rivetto. Quando poi si alzò in piedi e fece per saltare giù dal plinto, non ridiscese dal lato dove era salito, ma dall’altra parte. Senza pensarci il nostro Giovà aveva quindi attraversato il buco. 

E lì per lì tutto pareva normale, impegnato com’era dintorno ai suoi attrezzi Giovà non si accorse di nulla. Si stupì, tuttavia, quando alzò gli occhi dal proprio lavoro e trovò che i suoi colleghi erano spariti. Subito dopo, vide il bus della Lazzi che imboccava la rotatoria ed entrava in stazione. Fin qui niente da eccepire, non fosse che Giovà avrebbe giurato di aver già visto il bus dell’una e trentacinque arrivare alla fermata, appena qualche minuto prima.

Sarebbe bello raccontare dello stupore di questo buon uomo e delle paradossali situazioni che lo portarono a capire cos’era accaduto, ma la verità è che gli ci volle quasi tutto il pomeriggio per cavarsi d’impiccio: Attraversando il buco, Giovà aveva viaggiato nel tempo. Per essere precisi, si ritrovava ora nel futuro, nello stesso posto, sì, ma il giorno dopo.

Sarebbe bello, dicevo, ma questo è un post, mica un libro di Urania, per cui tiriamo pure avanti - basti solo dire che quando sua moglie se lo vide tornare a casa con ventiquattro ore di ritardo, l’animo di lei era un po’ troppo esacerbato per stare a sentire le sue confuse giustificazioni e quella non fu certo una serata delle più distese.

La prima cosa che fece Giovà il giorno dopo fu presentarsi ai suoi datori di lavoro e denunciare l’accaduto, scatenando il sollazzo di colleghi e superiori: “quante ne inventa, Giovà, per non venire a lavorare”. Però il seme del dubbio era stato piantato. Dopotutto, non era forse vero che Francesco e Antonio, che erano con lui a installare la scultura, avevano raccontato di esserselo visto quasi sparire sotto gli occhi?

In breve tempo non fu più possibile ignorare le chiacchiere, le dicerie che si andavano alimentando intorno al monumento al buco. La segretissima commissione incaricata di indagare il fenomeno comunicò le proprie valutazioni preliminari: il buco era certamente un varco aperto nel continuum spazio-tempo e sì, esso apriva sul futuro, anche se questo futuro era di fatto solamente il giorno dopo. Coloro che avevano ricevuto l’incarico di effettuare le perizie fecero sapere che non ravvisavano nella struttura alcunché di anomalo: il manufatto, opera di uno scultore giapponese di grido e realizzato da un laboratorio locale, altro non era che un buco, circondato di marmo pregiato.

La commissione rimase lungamente indecisa sul da farsi. Transennare il perimetro, occludere il buco, erano soluzioni che avrebbero finito per alimentare curiosità e speculazione, ma rimuovere e distruggere la scultura a pochi mesi dalla sua sistemazione in piazza impensieriva gli amministratori. Non potendo rivelare il motivo della rimozione si sarebbero certo attirati addosso le solite accuse: sprechi di risorse pubbliche, malagestione, la Casta! La Casta! 

Fu più o meno allora che un buffo ometto che nessuno aveva mai visto prima in città presentò alla commissione,

“Rimuovere la scultura è ormai inutile, Il buco, anzi il varco, una volta aperto non si può chiudere. Io vi consiglio di non dare troppo peso alla cosa...in fondo, non è poi un gran danno, vi pare? Se siete d’accordo, vi propongo una soluzione per così dire compensativa: posso, col vostro permesso, progettare un secondo varco che operi in senso opposto, o meglio che riporti chi lo attraversa indietro di ventiquattro ore. In questo modo chiunque si trovi a passare il primo varco accidentalmente e ne riceva un dolo, potrà annullarne gli effetti attraversando il secondo, e viceversa”.

Senza perdere altro tempo la commissione si mise a studiare la collocazione ideale dove erigere il secondo varco e, fatti tutti i rilevamenti, ci si accordò per posizionarlo in fondo a via Mazzini, la strada nota a tutti come la “Via di Mezzo” che dalla piazza del duomo porta giù al municipio. 
Il misterioso sconosciuto fu di parola e in breve tempo consegnò il progetto per la nuova scultura, incaricandosi lui stesso di supervisionare da vicino l’esecuzione dei lavori. 




Chi si preoccupava che un secondo varco avrebbe creato sensazione ebbe presto modo di tranquillizzarsi. D’altronde il comune di Pietrasanta è uso da sempre a curare la propria immagine di città d’arte investendo largamente sull’arredo urbano, commissionare sculture spesso insolite e mirabolanti. Di fronte alla comparsa di un nuovo monumento nessuno fece una piega.

L’ometto, chiunque fosse, aveva ragione: la presenza dei varchi alla lunga non creò grossi problemi, la gente si abitua a tutto, è la verità. Le leggende metropolitane nascono, si diffondono ma inevitabilmente si sgonfiano da sole, diventano cosa di tutti i giorni. 

Dei varchi nessuno parla a Pietrasanta ma, guarda caso, il quotidiano qui scorre sereno e senza intoppi, i suoi cittadini pagano con inusitata regolarità multe, bollo auto e il canone Rai. Sono tempi più felici questi, ora che i morosi possono riscattarsi e nessuno viene più colto impreparato da un anniversario o un compleanno. Ogni sbaglio può essere corretto, ogni dimenticanza può essere rimediata, basta riconoscere con prontezza l’errore, tornare sui propri passi e porvi rimedio.

Per questo, non è insolito vedere qualcuno affrettarsi verso la stazione oppure camminare in direzione opposta, imboccare la Via di Mezzo animato da un’urgenza della quale solo chi non è di queste parti si può davvero stupire. Li riconosci subito quelli che cercano il varco, spesso hanno in mano mazzi di fiori, confezioni regalo, o una cartellina piena di moduli e bollettini appena pagati.

Tuesday, 22 January 2013

Il Tempo delle Pere





Interno sera – Tre generazioni di Gasperetti sono raccolte intorno al desco, sul quale ha fatto la sua comparsa il vassoio della frutta, noto ai familiari tutti come “il maturatore”.



Nonna, che senza interpellare nessuno ha preso una pera dal vassoio e la sbuccia, tagliandola poi in quattro spicchi: È una settimana che ho preso ‘ste pere, erano duuure! Senti un po’ se questa è buona”

Così dicendo deposita due spicchi di pera sul piatto di mio padre e due sul mio. Le assaggiamo.

Nonna: “com’è?”

Padre, in piena masticazione: “...b-bona”

Nonna: “Com’è?”

Io :“bona”.

Nonna: “Chi ne vuole n’artro pezzo? Lo vuoi te? Te?”

Io e il Padre, all’unisono: “NO!”


Nonna apre un’altra pera e comincia a sbucciarla come se niente fosse.

Io: “Nonna, ma quella pera di chi è?”

Nonna, con occhi spalancati da Agnus Dei: “La sto sbucciando PER ME! Comunque so’ buone ora ‘ste pere, domani voglio vedere se Gino ce le ha ancora, se ce l’ha gliele riprendo”


Distraendoci con le chiacchiere, Nonna taglia altri quattro spicchi di pera, ne deposita due sul piatto di mio padre, l’anello debole della catena. Egli infatti non protesta, addenta uno spicchio di pera e deposita il secondo spicchio sul mio piatto. Sconfortata lo mangio.


Nonna: “il problema è che quando le compri so’ ddure, ci vuole una settimana prima che si maturano. Sono Decane, le Kaiser ancora non ci sono...”


Altri due spicchi di pera atterrano sul piatto di mio padre. Di questi uno finisce inesorabile sul mio.

Io: “A No’! ma non era per te ‘sta pera?”

Nonna: “Eh?”

Io: “La pera tua, ce l’hai data tutta a noi”

N: “Embe’, era per vedere se era buona pure questa, era buona?”

I: “Sì, ma tu non l’hai mangiata”

N: “E mo’ ne apro un’altra!”.







 

Thursday, 17 January 2013

A margine di un gennaio





# 1. A volte vorrei avere un qualsivoglia talento musicale, anzi, vorrei essere una cantante di country folk. E certo, lo so anche io che per il country bisogna essere nati e cresciuti a a Nashville o giù di lì, mica a Roma nord. Però mi pare una gran vita, quella, tutte le sere suonare in un bar diverso, tutte le sere a cantare di mariti alcolizzati, cani morti e donne senza cuore, tutte le sere ricevere gli applausi di un pubblico composto in gran parte da mariti alcolizzati, donne senza cuore e, chissà, anche qualche cane, speriamo vivo.

Io non le so scrivere le canzoni, non che non ci abbia provato, ma niente. Credo che ciò possa avere qualcosa a che vedere con il mio non conoscere la musica, essere incapace di leggere uno spartito o suonare qualsiasi strumento. Peccato, ogni tanto mi viene un’idea, una di quelle che dici “ma questa sarebbe una canzone fantastica!”. Però in realtà la mia idea per una canzone non è una vera idea, è solo un titolo.

Tempo fa avevo avuto l’ispirazione per una canzone country, anzi country blues, si sarebbe intitolata But wives don’t get laid at Christmas.

Non vedrà mai la luce, purtroppo.



# 2. Essere una star del country mi sembra molto meglio che essere un blogger. Se scrivi una bella canzone poi puoi andarla a suonare tutte le sere, ogni sera a un pubblico diverso, e sarà sempre come fosse nuova. Puoi inciderla chissà quante volte, provare differenti versioni e non sarà mai esattamente la stessa.

Se scrivi un bel post, sei già bravo che hai scritto un bel post, perché il giorno dopo è roba vecchia, non ti puoi ripetere, mai – anche quando quello di cui avresti bisogno tu è dire e ridire sempre la stessa cosa, e sforzarti ogni volta di dirla meglio, imparare a dirla meglio, ogni giorno un pochino meglio.



# 3. Sarà che pioveva, ed era una domenica fredda di gennaio ma a Sansepolcro, cittadina che ha dato i natali a Piero della Francesca, c’erano solo fughe di portici e piazze vuote di armoniose proporzioni, come in un dipinto di Piero della Francesca. I pochi sparuti abitanti che ho incrociato indossavano quest’espressione assorta, indecifrabile e vagamente scoglionata, come in un dipinto di Piero della Francesca.

E allora mi viene il dubbio che questa famosa enigmaticità delle figure di Piero della Francesca su cui si sono spaccati la testa generazioni di storici dell’arte e iconologi, non fosse poi davvero ieraticità misteriosa, non fosse “maestà terrificante e non terrena nel contegno” come disse qualcuno ma, più prosaicamente, una rappresentazione assai accurata del raggelato spleen di Sansepolcro.

Mi viene anche il dubbio che quando in arte usiamo la parola ‘ieratico’, in realtà vogliamo dire ‘scoglionato’.



# 4. Mentre ero a giro a guardare affreschi enigmatici, a casa mia sono entrati i ladri. Non hanno preso niente. Non hanno trovato niente che gli piacesse abbastanza. “Ma che sensazione orrenda dev’essere, comunque, come di profanazione” solidarizza subito chi mi vuol bene. Ma la verità è che non hanno nemmeno lasciato disordine in giro anzi, non posso esserne certa ma quella tazza con un fondo di caffellatte che avevo dimenticato a muffire sul davanzale ora è nel lavello. 

Possibile che...ma mi trattengo dal formulare la domanda ad alta voce. È chiaramente impossibile.

Però.

Monday, 7 January 2013

Il Diavolo in Corpo - Un post pruriginoso ma non come pensate voi




La sindrome da orticaria e angioedema acuta* è una condizione abbastanza diffusa, innescata generalmente da una reazione allergica. La pelle si copre di ponfi rossi di grandezza variabile, molto pruriginosi. In breve però, vuoi per il grattarsi, vuoi per la mera frizione di vestiti ed altre superfici o per loro vocazione comunitaria questi pomfi si gonfiano e si uniscono tra loro formando gigantesche placche di tessuto infiammato, dolente e, che ve lo dico a fare, pruriginosissimo.
Non è cosa da poco riscontrare come anche all’apice dell’infiammazione, quando la pelle è talmente gonfia e tesa che pare sul punto di spaccarsi come la buccia dei fichi maturi, persino in quel momento, grattarsi scatena un tale voluttuoso e atroce piacere da far apparire il BDSM una roba per sciurette.

Il prurito. Questo è un post sul prurito, sul rodimento e il suo tormento, sul pizzicore tentatore e la ruzza che ti strazia, poiché chi prova intenso prurito non pensa ad altro che al suo prurito, scisso tra la resistenza che serve per sopportarlo senza grattarsi e l’abisso estatico di quando vi si abbandona – va detto che nel caso di questa particolare patologia la virtù della continenza non è premiata, nel senso che astenersi non determina un alleviarsi del prurito sul medio periodo, esso rimane costante e inesorabile fintanto che l’organismo non espelle tutta l’istamina accumulata.

Insomma, dicevo, il prurito diventa l’orizzonte ultimo di ogni pensiero, schiavitù dei sensi, stato d’emergenza permanente. La pelle che prude è in costante allerta, percepisce e amplifica il più fugace dei contatti e il più impercettibile dei movimenti, il sollevarsi della manica, l’incresparsi di un lenzuolo, un tremito nell’aria. Lo percepisce e lo restituisce sotto forma di rinnovato prurito.

Il prurito esercita una tirannia assoluta sul vostro sentire, dal momento che l’unica pace che sapete immaginare è la sua scomparsa e l’unico piacere cui anelate è quello di grattarvi. Fa pena il pruriente, schifoso è il pruriente. Guardatelo che suda e digrigna i denti nel letto come fosse a rota, sordo ad ogni richiamo che non sia quello del prurito, irriconoscente di ogni premura, che addirittura ringhia quando per confortarlo posate una mano pietosa sulla sua spalla, perché la mano umana non è capace di dispensare alcun conforto, essa è inutile e anzi dannosa se le dita non si fanno artiglio, se non si curvano a dispensare l’agognato grattino.

Il prurito fa fare strani pensieri, specie nelle notti in cui vi svegliate con un arto in fiamme perché venuto meno il controllo imposto alla veglia vi siete grattati nel sonno senza ritegno alcuno. Il prurito induce a stati alterati di coscienza, potreste ritrovarvi per esempio a pensare che un’equivalente dose di dolore sarebbe infinitamente più sopportabile, per dire.
Sì, il dolore sarebbe da preferire anche perché chi vi sta vicino vi prenderebbe più sul serio, in verità. Aveva ragione Andrè Gide: uno che duole ispira compassione, uno che smania per grattarsi fa solo ridere.

Cito Andrè Gide ma anche un po’ a sproposito, non sapendo ove egli abbia scritto queste parole. Nella mia ossessione dermopatica ho cercato il conforto dei padri della letteratura, ansiosa di scoprire che magari sul prurito Cioran o Seneca avevano scritto pagine mirabili...ho trovato poco, troppo poco. Ma come, nel prurito non si estrinseca in tutta la sua potenza la condizione umana? Troppo spesso usiamo il prurito come metafora di altre esistenziali/erotiche/istintuali urgenze: Ti prudono le mani, quando muori dalla voglia di picchiare qualcuno. Hai i piedi che prudono, dicono gli inglesi, per descrivere chi non riesce a trovare radici, deve viaggiare, spostarsi, muoversi continuamente. La commedia di Billy Wilder Quando la moglie è in vacanza, si chiama non a caso in originale The Seven Year Itch, e mi ha sempre rallegrato questo angloamericano pragmatismo – quello che noi con italica prosopopea chiamiamo la CRISI del settimo anno, per loro è un più banale prurito.

Ma io volevo leggere del prurito vero, quello fisiologico, epidermico, spino-talamico, non di inquietudine e insoddisfazione. Di scabbiosi più che di nevrosi.
Pazienza, magari la mia ricerca non è stata rigorosa ed è per questo che ho trovato poco. Ma secondo me c’è un altro aspetto: non se ne scrive perche quando passa, ci dimentichiamo. Sarà pure esperienza umana universale e come tale foriera di piccole e grandi illuminazioni, ma una volta entrato in scena il cortisone ce ne dimentichiamo, siamo liberi e non ci guardiamo indietro.

A proposito, sempre, sempre sia lodato il cortisone e così anche il suo inventore. Benedetti siano anche BigPharma e quel che resta del servizio sanitario nazionale che ce lo dispensa come agape divino. Gloria sia al cortisone, cortisone io ti amo. E così sia.









*L'esercente di questo blog declina ogni responsabilità nel caso che lettori incauti decidessero di cercare le parole orticaria/angioedema su Google Images, specie se minori o sofferenti di cuore. Ritenetevi avvertiti.

Monday, 31 December 2012

Non, je ne regrette rien





 
Lei è una poetessa americana di nome Dorianne Laux e questa è la mia traduzione non autorizzata di una sua bella poesia, che pubblico in calce anche in versione originale, anch'essa non autorizzata (SIAE nun te temo...)
Perché, appunto, è una bella poesia e perché secondo me ci sta bene in chiusura d'anno e, infine, perché ve la volevo regalare. Buon 2013, carissimi.



Antilamentazione


Non rimpiangere nulla. Non i romanzi crudeli

letti fino in fondo per scoprire chi ha ucciso il cuoco.

Non i film insipidi per i quali hai pianto al buio

a dispetto della tua intelligenza, del tuo discernimento.

Non l’amante lasciato a tremare nel parcheggio,quello

che hai battuto sul tempo, sull’uscita, o quello

che ha lasciato te nel tuo vestito rosso e le scarpe

che ti stringevano i piedi, quelle non le rimpiangere.

Non le notti passate a insultare Dio e maledire

tua madre, sprofondato nel divano come un cane,

a rosicchiarti le unghie, schiacciato dalla solitudine.

Eri fatto per respirare il fumo di quelle notti

davanti a una birra sgasata, spazzare avanzi di frittura

dal pavimento lercio di un ristorante, indossare il cappotto

liso coi suoi bottoni cadenti, in tasca fiammiferi bruciati.

Hai percorso queste strade mille volte ed ecco che ancora

ti ritrovi qui. Non rimpiangere tutto questo, non uno

di quei giorni sprecati a non voler sapere niente,

quando le luci delle giostre alla fiera

erano le uniche stelle a cui credevi, amandole

perché inutili, perché non cercavi salvezza.

Sei arrivato fin qui viaggiando in sella ad ogni tuo errore

hai cavalcato cupo d’occhi, tetro, ma calmo come una casa

quando al piano di sopra la luce del televisore d’improvviso

si spenge. Innocuo come un’ascia spezzata. Vuoto

di ogni aspettativa. Calmati. Non startene lì a ricordare

tutto questo. Fermiamoci, sotto l’insegna accesa qui

all’angolo, e guardiamo la gente che passa.

 

 


Qui l'originale:

Antilamentation

Regret nothing. Not the cruel novels you read
to the end just to find out who killed the cook.
Not the insipid movies that made you cry in the dark,
in spite of your intelligence, your sophistication.
Not the lover you left quivering in a hotel parking lot,
the one you beat to the punchline, the door, or the one
who left you in your red dress and shoes, the ones
that crimped your toes, don’t regret those.
Not the nights you called god names and cursed
your mother, sunk like a dog in the livingroom couch,
chewing your nails and crushed by loneliness.
You were meant to inhale those smoky nights
over a bottle of flat beer, to sweep stuck onion rings
across the dirty restaurant floor, to wear the frayed
coat with its loose buttons, its pockets full of struck matches.
You’ve walked those streets a thousand times and still
you end up here. Regret none of it, not one
of the wasted days you wanted to know nothing,
when the lights from the carnival rides
were the only stars you believed in, loving them
for their uselessness, not wanting to be saved.
You’ve traveled this far on the back of every mistake,
ridden in dark-eyed and morose but calm as a house
after the TV set has been pitched out the upstairs
window. Harmless as a broken ax. Emptied
of expectation. Relax. Don’t bother remembering
any of it. Let’s stop here, under the lit sign
on the corner, and watch all the people walk by.

Monday, 24 December 2012

Pace in terra alle Katie di buona volontà







Il Natale a Roma è proprio il massimo. E mica dico il massimo del Natale, no, è Roma che raggiunge in quest’occasione l’apice della romanità. 
Alla festa più importante dell’anno il romano risponde come risponde a tutti gli eventi calamitosi, mettendosi in macchina e buttandosi nell'unico grande ingorgo cittadino – per questo ciascuno di noi passa di fatto tutta la giornata della vigilia fermo col motore acceso sotto casa sua. Lo facciamo forse per essere tutti insieme nei momenti di grande significato collettivo, sentirci parte di qualcosa di più grande di noi, chissà. 

Nubifragi? Nevicate? Sbarco alieno? Il Natale? Il romano lo troverai al suo posto, in automobile che smadonna. 

Ogni tanto vedrai da una macchina ferma in coda scendere qualcuno, solitamente un passeggero ma non è raro che si tratti del conducente stesso, che entra in un negozio, ne esce con un pacchetto o una busta e poi risale. E così fino ad ora di cena. Ovviamente si tratta per l’appunto del negozio sotto casa sua, che avrebbe potuto comodamente raggiungere a piedi e magari, chessò, godersi una passeggiata, prendere un caffè, ma no, vuoi mettere la soddisfazione di stare tutti insieme? D'altronde lo dicono in tutte le pubblicità dei panettoni che la gioia del Natale è stare insieme.


Per questo non ha senso buttare soldi decorando le strade di ghirlande di luci, dal momento che l’uso simultaneo delle 4 frecce di tutti gli automobilisti romani basta da solo a scaldare il cuore. Per questo la colonna sonora del natale romano non è Jingle Bells o lo Schiaccianoci e nemmeno la più italica Tu Scendi dalle Stelle, non è il suono di campanellini e allegre zampogne. No, esso è una sinfonia ambientale composta da un ensemble di strumenti: 

- Motori accesi e colpi di clacson ovviamente, giacché il romano che un po’ in ritardo sugli altri intende prendere l’auto per unirsi a noi, non trovando modo di uscire dal parcheggio perché la strada è tutta bloccata, ha bisogno giustamente di sfogare il proprio disappunto e segnalare così ai suoi concittadini “ci sono anche ioooo!”.

- Antifurti, probabilmente quelli delle case lasciate vuote dai cittadini romani saccheggiate da ladri non romani venuti apposta in città per l’occasione.

- Dalle auto, le voci di milioni di romani che al cellulare gridano tutte “Ma Katia porta la 44 o la 46? Eh? Boh io j’ho preso 'a 46, era l’unica rimasta...tanto poi ‘a cambia”.

Io a Natale, nel segreto del mio cuore, amo rivolgere un pensiero a tutte le Katie là fuori, Katie di ogni forma e dimensione che il 27 di Dicembre vorranno cambiare collettivamente i loro indumenti taglia 46 e non potranno, perché gli unici a tornare in negozio quando cominceranno le restituzioni saranno, appunto, altrettante taglie 46.


Buon Natale a tutti, romani e non, ma soprattutto alle Katie!!

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