Thursday, 1 December 2011

Camillo Langone e la natalità: De Gobineau spiegato ai Padani

http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2011/11/30/del-fare-figli-italici-e-della-pulizia-etnica/



Abbiamo un mito fondativo noi Italiani, che questo è un paese dove avere un partito di destra normale è impossibile. Le altre nazioni occidentali hanno una loro destra istituzionale, che generalmente è liberal, liberista, anti tasse, pro-privatizzazione etc etc.
Per carità, anche loro hanno le loro nicchie di ‘destra farneticante’, generalmente xenofobe, a volte nostalgiche dei fascismi passati. Però è importante notare come, tradizionalmente, questi due modi di essere di destra si integrino con difficoltà all’interno di un’unica formazione politica e la destra farneticante sia spesso percepita come dotata di minore legittimazione a partecipare nella vita democratica del paese.

O magari è un processo inevitabile, così come il Tea Party sta infiltrando dall’interno il Partito Repubblicano statunitense, è destino che le destre liberal del mondo abbraccino questi loro impresentabili parenti. Se è così, allora noi in Italia siamo all’avanguardia, perché quanto a destra farneticante non ci siamo mai fatti mancare nessuno: ex manganellatori nostalgici, golpisti adoratori del dio Ra, secessionisti Padani che discettano di purezza della razza seduti sotto al perlinato mentre ai loro piedi i figli, il risultato di secoli di pratiche endogamiche, infilano le dita nelle prese elettriche e si allontanano confusi trascinando in terra le nocche.

Queste erano le cose che andavo meditando mentre leggevo l’articolo di Camillo Langone apparso ieri su Libero, che mi è stato girato via email da almeno 10 persone ed impazza su tutti i social-networks - che amici deliziosi che ho.

Lo conoscete già tutti, ma questa è la sintesi: Volete meno immigrati? dobbiamo fare più figli, io (Langone) che sono un sociologo della madonna e ho fatto rigorosi studi comparati in materia ho concluso che dobbiamo limitare l’accesso femminile all’istruzione. Si! Laddove i livelli di scolarizzazione femminile sono bassi, la natalità è alle stelle. Batti il cinque, fratè, you'll thank me later.

Poi, siccome ci sono i mali di stagione e ho letto questo articolo sotto l’effetto di 8 compresse da 250 mg di Penicillina al giorno, sono ricaduta sul cuscino e la mia mente a cominciato a divagare. Ma chi è questo Langone? Ma chi sarà, ma chi non sarà...sono anche andata a controllare sul suo sito personale,  per inquadrare meglio questo affascinante personaggio.

Ho appreso che egli è l’autore di un gran numero di pregevoli pubblicazioni, sull’autarchia gastronomica, sul catechismo e persino un ‘un piccolo classico della letteratura erotica italiana" che io immagino essere una specie di Pigmalione distopico in cui un sadico diseducatore si è preso in casa una giovane afflitta da una preoccupante propensione agli studi e ora la tiene prigioniera, ingravidandola brutalmente ogni volta che la sventurata azzecca per distrazione un congiuntivo.

Peccato che le note biografiche sul sito siano così scarne, perché quello che io volevo veramente sapere era ‘Ma Langone ce l’ha una figlia?’

Secondo me, qualcuno dovrebbe pur prendersi la briga di andare a verificare se il Signor Langone è coerente con i suoi ideali. Se ha una figlia, voglio sperare che ella sia tenuta segregata in una speciale camera piombata secondo il modello ‘Casa Fritzl’, a riparo da qualsiasi influenza corruttrice. Perché si sa, i bambini, se non sono figli di leghisti, tendenzialmente sono svegli, basta che vedono un po’ di televisione o gli dai in mano un Nintendo DS che quelli magari imparano qualcosa. E adesso che Langone ci ha illuminati non possiamo più ignorare il pericolo: ogni volta che la mente di una ragazzina elabora una nuova informazione, nel suo grembo migliaia di ovociti primari si spengono nel silenzio.
Voglio inoltre sperare che la piccina, raggiunta la pubertà sia subito data in sposa ad un gagliardo maschio italico, per massimizzare quanto possibile l’output produttivo dei giovani sposi.  Insomma, c'è un Italia da ripopolare! Ci sono gli italiani di domani da fare! Langone mi auguro vivamente che stia facendo la sua parte. Perchè si, chi di noi non sogna un'Italia così?





Thursday, 17 November 2011

La Sequenza del Fiore di Carta





 Giugno 2005


Ci sono borgate di Roma che sono state costruite intere nel niente e, sembrerebbe quasi, tutte in una volta, come S. Basilio. Sarà la monumentalità incongrua dei palazzi o l’ortogonalità rigida delle strade a denunciarne la nascita programmata, parto di geometri, fantasia di zelanti assessori. Poi ci sono borgate che la città ha ingoiato per necessità, e ancora adesso se ne stanno lì catturate come una mosca nell’ambra, luoghi che non sapevano di doversi fare parte di un tutto, piccoli villaggi di palazzine basse e strade che girano in tondo e ti riportano sempre alla piazza, in barba ad ogni ragionevole piano regolatore.

E’ in una piazza come questa, alla Maranella, che Teresa si ritrova in una sera d’estate a seguire una retrospettiva su Pasolini. Gli organizzatori dell’evento hanno montato un grande schermo sotto le finestre della casa dell’autore, aperta al pubblico per l’occasione. Ci sarà chi legge i suoi scritti, chi rievoca i fasti di una passata collaborazione, e ci saranno i suoi film, ovviamente, quelli in cui raccontava di quei romani sradicati, spazzati verso gli angoli, o di quelli che venivano da altri luoghi, aspiranti romani sistemati qui a fare anticamera.

E siccome il canto d’amore di Pasolini per quest’umanità ignorata è stata udita da tutti tranne che da coloro a cui si rivolgeva, Teresa vede che questa serata è popolata da persone che, come lei, non hanno niente a che fare con questo quartiere: studenti universitari, cinefili, giornalisti e intellettuali. Questi pasoliniani venuti da Roma sono proprio un po’ buffi nella cornice di un evento che, non si sa se per volontà consapevole o per accidente, sembra proprio un cinema all’ aperto come si fa d’estate nei paesi, con le file di sedie di plastica, il telone, il furgoncino del proiettore. Il macellaio della piazza ha deciso di non chiudere – e quando gli ricapita? – per l’occasione griglia salsicce su un barbecue improvvisato, vende vino e birre davanti alla saracinesca del suo negozio lasciata mezza aperta e mezza chiusa per far passare la prolunga del cavo elettrico. La luce della macelleria resterà accesa anche quando tutte le altre si spegneranno, all’inizio del film, e le salsicce continueranno a sfrigolare mentre l’attore reciterà sommessamente una poesia del maestro e gli spettatori taceranno come in chiesa.

E gli abitanti di queste palazzine sono tutti qui per la strada raccolti a chiacchierare in rumorosi capannelli, tutti a bere le birre del macellaio, a mangiare il gelato; i loro figli prendono a calci il pallone alle spalle dei compunti spettatori seduti, in nulla diversi da quegli altri bambini che sullo schermo giocano i loro giochi, per sempre piccoli, per sempre intenti e feroci come ce li mostra Pasolini adesso che sul telone proiettano la Cantata delle Marane.

Teresa non saprebbe dire quale dei due spettacoli è più coinvolgente e spesso si distrae a studiare le file di spettatori che tossicchiano il fumo delle salsicce. Con un po’ di tristezza conclude che chiunque saprebbe dire a colpo d’occhio a quale gruppo appartiene. Porta addosso i vari piccoli feticci che impone la moda a quelli come lei, i giovani, un po’ impegnati, un po’ di sinistra, ma anche un po’ figli di papà, piccoli dettagli che nell’insieme inevitabilmente la identificano come una di quelli che sono venuti qui dalla parte più comoda, o meno remota della città, il suo salotto, anche se non necessariamente il suo salotto buono.

Non vorrebbe essere diversa, ma la disturba l’esser finita nella stessa cesta con questo suo spocchioso vicino col panama che, in questo momento, scocca occhiatacce in direzione dei vari gruppetti di vocianti e sibila uno stizzito sssh!! . Per acre che sia il fumo che in grassi nuvolotti si solleva dalla griglia, il fastidio che le ispirano questi liturgici devoti le sembra inspiegabilmente maggiore. ‘Sono cosi brutti’ le viene di dire.

Quando finalmente torna a concentrarsi sulle immagini proiettate davanti a lei, è già cominciato l’ultimo filmato in programma, La Sequenza del Fiore di Carta. Teresa resta catturata a guardare Ninetto Davoli che, a favor di cinepresa, viene a prendersi Roma scendendo balzelloni giù per Via Nazionale. È una strana sequenza in cui lo spettatore assiste alla discesa dell’attore come se stesse a sua volta camminando all’indietro, precedendolo sempre di un passo o due, sempre avanti a lui, mantenuto ad una distanza che non si può accorciare ad attendere un congiungimento che non può avvenire mai. ‘Gli innocenti non hanno né coscienza né volontà’ ammonisce, dall’alto, la voce di Dio, o del regista, chissà. Siccome Ninetto è innocente, ignora che prima di lui e, da qualche parte lontano da lui, accade la Storia, vengono sganciate le bombe atomiche e si spengono i grandi leader mondiali. Pasolini ce lo ricorda inserendo alcune immagini nella sequenza, a beneficio esclusivo di noi spettatori.

Per un attimo Teresa vorrebbe chiedere a Pasolini ‘E quelli che sanno?’ Quelli che hanno coscienza, che non possono dirsi innocenti, che fine fanno? Ma il film non offre, a questo proposito, nessun conforto. Ninetto balla stringendo il suo fiore di carta, sorride il suo incomparabile sorriso, la telecamera indietreggia e con essa gli spettatori.

Siccome non sa nulla dei corpi accatastati a Baden-Baden, di Yalta, dei soldati a macerare nel fango delle trincee, Ninetto deve morire - Dio e Pasolini sembrerebbero trovarsi d’accordo almeno su questo punto, dal momento che l’ultima immagine ce lo mostra riverso sui sampietrini accanto al suo sgualcito papavero rosso .

Magari è proprio così, pensa Teresa, ci sono cose che non si possono ignorare. Ma tra i consapevoli che non sanno agire e gli inconsapevoli che non sanno di dover agire resta, oggi come ieri, lo stesso iato. Ci passiamo accanto gli uni con gli altri come sonnambuli, pensa, e se il Dio di Pasolini volesse davvero prendere la faccenda così seriamente, in questa piazza, stasera, non resterebbe nessuno vivo.

Ma per fortuna questa notte Dio guarda altrove e nessuna voce tuona dal cielo, si è giusto alzata un po’ di brezza e Teresa si infila il maglione. Si riaccende qualche luce, i pasoliniani tutti battono le mani.

Wednesday, 16 November 2011

Poesia Dorsale #1






Buongiorno!

Se, come me:

1) Vi serve qualcosa che vi distragga  dal rimuginare ossessivamente sulle possibili reazioni dello Spread di fronte alla nuova squadra di ministri messi in campo da Mario Monti;

2) Avete un sacco di lavoro arretrato ma punta voglia di smaltirlo;

3) Sentite che vi sta per venire un attacco d'arte...


Potete, come me, passare per due ore in rassegna i libri della vostra personale biblioteca in cerca di ispirazione poetica, sistemare i titoli dei volumi selezionati in modo da formare frasi di senso ermetico compiuto e, infine, passare altre due ore a farne delle brutte fotografie.
Si, è così che ci divertiamo qui a casa BrainthatDrained.

Saturday, 12 November 2011

Un post in luogo di un Tweet*

avevolenuvolenegliocchi.blogspot.com





Non so se mi danno più fastidio quelli che celebrano pazzamente come se l'avessimo presa noi la Bastiglia o invece quei menagrami che è tutta la sera che stanno piantati su Facebook a dire che non c'è niente da festeggiare.
 
 
 
 
 
 
*Chevvedevodì, sono tre giorni che inizio a scrivere vari post sull'attuale congiuntura e ogni volta mi blocco. Forse è la Lucy Van Pelt che è in me.

Monday, 7 November 2011

I Lock My Door Upon Myself










Basta che si levi anche il più piccolo refolo di dimissioni nell'aria perchè la borsa dia un flebile segno di vita... La scelta responsabile sarebbe, suppongo, fare un favore a tutti e ufficializzare la fine. Invece no, bisogna aspettare domani, perchè:

Berlusconi (Alfano sta già facendo le prove tecniche di trasmissione) vuol farsi abbattere in Parlamento, vuole che i suoi deputati lo pugnalino come avvenne a Cesare nella Curia, vuole che essi siano visibili e sia visibile il suo sangue che sgorga dalle ferite, aperte dai pugnali dei congiurati. Tutto questo per poter gridare al colpo di stato, al ribaltone, al governo degli sconfitti che usurpa chi è stato legittimato dal voto elettorale.
 Laddove noi vediamo un dramma collettivo, un'emergenza concreta per il Paese e per l'Europa, lui vede solo la sua personale tragedia, le sue amarezze, le sue vendette.
Come dicono da queste parti:
Presidente, it's not all about you...

Tuesday, 1 November 2011

The wrong pig met up with the wrong bat - "Contagion", il nuovo film di Steven Soderbergh

via:http://scifi.soentertain.me/gallery/2011/09/contagion-official-movie-poster/




Gwyneth Paltrow approfitta di un breve scalo a Chicago di ritorno da un viaggio di lavoro ad Hong Kong per fare le corna a Matt Damon. E su di lei si scatena la Nemesi Kharmica Holliwoodiana: sudaticcia e struccata, muore entro cinque minuti dall’inizio del film e un' equipe di forensics le apre la testa, scappucciandole il cranio come un ovetto alla coque.

Matt Damon, siccome è buono, non solo perché cornuto ma anche perché è pur sempre Matt Damon, che fa i film impegnati, è ambientalista e pro-democratico, segna mille punti sul tabellone del kharma holliwoodiano: è l’unico personaggio a scoprirsi immune dall’apocalittica pandemia virale che minaccia l’umanità.

Jude Law è cattivo. Blogger d’assalto complottista, finge di essere stato guarito dal virus grazie ad una banale tintura omeopatica di cui ha furbamente acquistato le azioni, e si arricchisce alla faccia del popolo bue che, inferocito, prende d’assalto le erboristerie. La Nemesi Kharmica Holliwoodiana ha già infierito sul personaggio - siccome è cattivo, sfoggia un marcato accento australiano e un incisivo finto.

Marion Cotillard, in qualità di rappresentante dell’ OMS, porta un po’ della sua allure parigina nell’epicentro dell’epidemia, Hong Kong (O Macao? non si capisce, questi pestilenziali focolai asiatici sono tutti uguali). Neanche dopo essere stata sequestrata per due settimane in un villaggio nella giungla perde quel suo ineffabile je ne sais quoi e la sua perfetta messa in piega boccoluta.

E questo Signori, per parafrasare una battuta del film, è quello che succede quando ‘il più schifoso dei pipistrelli incontra il più fetuso dei maiali’*.






*Così un ricercatore spiega la genesi del virus analizzandone la struttura al microscopio: "The wrong pig met up with the wrong bat".

Friday, 14 October 2011

Senza titolo

Che io sappia, mai mia nonna è andata a comprarsi un libro per sé. Questo potrebbe indurre a pensare che lei non ami leggere o non lo consideri un passatempo utile. Credo che le cose non stiano proprio così. Penso invece che l’educazione l’abbia portata a ritenere che l’acquisto di un libro, se non è per la scuola, per soddisfare un’utilità pratica, sia una spesa un po’ voluttuaria, un lusso che si concilia poco con la frugalità delle sue abitudini.


Ogni tanto, negli anni, mi è capitato di prestarle un libro, magari un romanzo appena terminato che un istinto vago mi ha suggerito di darle. Mesi passano e vedo che il libro è ancora lì, nel posto in cui l’ha poggiato, quel canestro che alloggia da sempre sul mobiletto della singer; lo vedo e distrattamente immagino che non lo abbia ancora toccato. Quando poi glielo chiedo, mi sorprende ogni volta dicendomi che sì, l’ha già finito e che me lo posso riprendere. ‘Ti è piaciuto Nonna?’ ‘Sì sì' fa lei, con la distratta condiscendenza di un cardinale Borghese che passa in rassegna l’ennesimo Tiziano.

Anche questo mi stupisce ogni volta, come lei legga questi libri con acume e attenzione ma non mostri mai di accordargli più rispetto del dovuto. Mai un giudizio iperbolico, mai uno sdilinquimento stendhaliano. E di fronte a cotanta sobrietà, mi ritrovo a pensare cosa dicano invece, di me, certi smodati, facili, abbandoni.


Tanti anni fa per Natale, ho regalato a Nonna La Storia di Elsa Morante. Davo per scontato che se ci fosse in terra un romanzo capace di far detonare l’emozione in lei non poteva essere che quello, giacché gran parte delle esperienze descritte, il bombardamento di San Lorenzo, l’andare sfollati, la guerra in casa, sono le sue esperienze, il suo racconto. E quando mesi dopo le ho chiesto se l’aveva letto, a tutto ero preparata – che mi dicesse di no, che non riusciva a finirlo, che era troppo toccante, o che le era piaciuto moltissimo, che vi aveva ritrovato questo e quest’altro. Tutto mi aspettavo ma non quello che mi disse poi:
‘Eh…sì, bello…certo, si capiva che quel povero ragazzino andava a finir male’.


In realtà l’errore fu il mio, perché ingenuamente non sapevo che a confronto degli squassi che provoca la vita vissuta, a chi la agisce e la subisce senza mediazioni e protezione, anche la prosa più penetrante è un dagherrotipo, una suggestione pallida delle cose vere. Ma io avevo vissuto poco e letto tanto, forse troppo, provavo le emozioni surrogate dei libri come i gattini giocano alla caccia. E’ utile se propedeutico.

Tutto questo mi è venuto in mente ieri a casa sua, mentre mi riprendevo Accabadora, di Michela Murgia, uno di quei libri che le ho allungato come per caso anche se, a rifletterci bene un motivo c’è sempre. Oggi giorno non presto più un libro a mia nonna con l’intento inespresso di cavarne una risposta, ma come fosse parte di una conversazione. C’era nel libro di Murgia qualcosa che le volevo dire,a Nonna, senza sapere precisamente cosa e come dirglielo. Non lo so nemmeno ora, precisamente. Ecco, mi sa che avevo da dirle qualcosa che non so bene dire nemmeno a me stessa.

‘Ma ti è piaciuto?’

‘Sì sì’

‘Vuoi che te ne presto un altro?’

‘Eh! magari. Ma che non sia un libro scritto in maniera difficile’.

‘ Ma perché questo l’hai trovato difficile?’

‘No, questo andava bene’.


Penso al libro che le vorrei prestare, adesso che la vedo così smarrita, e non mi viene in mente. Forse non lo conosco. Vorrei che fosse un libro in cui le persone riemergono più forti dagli squassi che hanno subito, senza mediazioni e protezione. Vorrei un libro che facesse ridere delle piccole cose, e accennasse con discrezione a quelle grandi senza volerci rapinare del sentimento. Un libro che non vuole dire a noi altri cosa dobbiamo sentire, ma che consoli un po’, rispettandoci.

Lo cerco, questo libro magico, e non lo trovo.





  

Tuesday, 11 October 2011

Se come dice Patrizia Cavalli 'quasi sempre chi è contento è anche volgare' oggi, Signori, io sono elegantissima


Un sole leone sta palpeggiando Roma con il tocco del Re Mida, cieli di uno smarginato azzurro, se mi si passa il baglionismo.
Viste attraverso le lenti appannate del mio sguardo a lutto, però, le cose sembrano tradire un luccichio di patacca, non è tutto oro quello che. Proprio vero.

Guardo i romani e mi chiedo se costi fatica anche a loro il sorriso; tutto va come sempre, al bar va in scena la solita roboante commedia dell’arte, i romani ridono le loro risate sonore.
Al semaforo, una di quelle code che non passano più, accanto a me due ragazzoni dondolano la testa, cantano rapiti sotto l’incantesimo di non so quale musica. Così assorti sono nel momento che devo abbassare la radio e aprire il finestrino per sapere cos’è che ascoltano. Mi sa che sono i Negroamaro, penso, non senza un minimo di incredulità. Mi accorgo di essere, improvvisamente, felice per loro, sconosciuti compagni di coda, toccati da questa piccola grazia quotidiana e trasportati altrove. Mi allontano augurando loro futuri consolati da mille nuove canzoni.

Quanto a me, i soliti fidati rimedi non funzionano a dovere, neanche i caffè col giornale, neanche tagliarmi i capelli, neanche il buon vecchio gioco di cercare gemme in un libro nuovo.

Sono in comunione con tutte le cose che covano il silenzio in questa città rumorosa, con la falena che l’assolato giorno nuovo rivela morta sul selciato. Chissà quanti, tra coloro che passeranno oggi per Via dei Marrucini si accorgeranno di lei, chissà se in una giornata più serena l’avrei notata io.

Tutto passa, e questa è la punizione ed è anche il premio. Domani tornerà la compattezza, la distrazione, i giorni torneranno ad essere giorni come tutti gli altri. E questo consola. E questo ci deve bastare.

Saturday, 1 October 2011

Quel pasticciaccio brutto di Dale Farm


Questa settimana doveva, secondo le attese, concludersi la tormentata e ormai decennale controversia giudiziaria che vede schierata l’amministrazione cittadina di Basildon, in Essex, contro i Traveller sotto sfratto di Dale Farm.
Questa vicenda ha occupato ad intermittenza molto spazio sui media, essendo al tempo stesso di un’ estenuante speciosità dal punto di vista burocratico e carica di inesauribili ricadute ideologiche, politiche e sociali.

Dale Farm non è un ‘campo nomadi’ nell’accezione che siamo abituati a dare a questo termine, non è un’area destinata dalle amministrazioni pubbliche ad ospitare gruppi di itineranti e non è, nonostante sia sotto sfratto, un insediamento interamente abusivo. Le 100 famiglie di Traveller trasferitisi qui con i loro camper a partire dagli anni Settanta comprarono lotti di terreno e ottennero per 45 di questi lotti regolare permesso di edificazione. Negli anni la comunità è cresciuta, facendo di Dale Farm il più grande insediamento di Traveller, o Pavee (nomadi di origine irlandese) d’Europa. I Traveller acquistarono altri 52 lotti cercando negli anni di ottenere il permesso di cambiarne la destinazione d’uso e metterli in regola retrospettivamente, ma invano.
I tentativi di rendere esecutivo lo sfratto agli abusivi finiranno per costare all’amministrazione di Basildon oltre 18 milioni di sterline e viene il sospetto che un atteggiamento meno oltranzista avrebbe danneggiato meno i rapporti tra le due comunità e fatto risparmiare a tutti un sacco di tempo e soldi.
I terreni oggetto di disputa, argomentano gli amministratori locali, ricadono all’interno della Green Belt, aree di verde tutelate per legge dall’incontrollata crescita urbana, ed era quindi legittimo negare ai proprietari il permesso di edificarvi sopra. Ma il team legale che rappresenta i Traveller non è d’accordo: prima che vi si stabilissero loro, l’area era già stata data in concessione ad uno sfasciacarrozze, il ‘verde’ non è propriamente di casa, a Dale Farm, già da molto tempo. Vi sono inoltre considerazioni che suggerirebbero un po’ di elasticità, queste famiglie abitano lì da anni, i loro bambini frequentano la scuole locali, lo stile di vita itinerante che li caratterizzava è divenuto quasi impossibile da perpetuare dal momento che le aree destinate ad ospitarli nel Regno Unito sono pochissime, sempre meno, sempre più piccole. Smantellare Dale Farm sarebbe una piccola diaspora, lo smembramento di una comunità che è vissuta unita per più di dieci anni.

I Pavee sono riconosciuti dalla legge britannica come ‘minoranza etnica’, hanno una loro lingua, chiamata Shelta, e radici antiche, ma l’opinione pubblica si dimostra, a giudicare da quello che ho appreso in questi anni da giornali e televisione, molto riluttante a riconoscergli alcun carattere di eccezionalità. Il concetto di ‘fairness’ tanto caro agli inglesi, si rivela qui un valore estremamente ambiguo: per alcuni, sarebbe ‘corretto’ adattare i regolamenti per compensare lo svantaggio in cui i Traveller si trovano rispetto alla società stanziale, ma per molti, il concetto di ‘fairness’ viene brandito come una clava per negare loro alcun trattamento di favore. Perché bisognerebbe permettere ai Traveller di costruire laddove ai cittadini comuni è proibito? Si rimprovera di fatto a questa comunità di aver introiettato un atteggiamento opportunista nei confronti dello Stato, insistere per il riconoscimento della loro diversità può voler dire, secondo costoro, semplicemente arrogarsi il diritto di fare come gli pare.


Da settimane una vera task force di volontari è accorsa a difendere Dale Farm, sono stati allestiti ponteggi e barricate per proteggere il campo dagli imminenti scontri con i ‘bailiffs’, gli incaricati all’ esecuzione di sfratti e pignoramenti. Avvocati volontari e osservatori civili presidiano la scena ma, in generale, sembrerebbe esserci veramente poca simpatia per la causa dei Traveller. Vuoi per l’aumento della criminalità che secondo la vulgata comune accompagna ogni loro nuovo insediamento, vuoi che tanti considerano questi accampamenti squallidi e brutti, fatto sta che la presenza dei un campo nomadi nelle vicinanze ha l’immancabile effetto di abbassare il valore commerciale delle residenze dei cittadini comuni. Le implacabili leggi del mercato hanno un ruolo di non poco peso in questa battaglia, perché laddove i loro vicini vedono diminuito il prezzo dei loro immobili, il valore commerciale dei lotti di proprietà dei Traveller crescerebbe a dismisura se essi venissero riclassificati come edificabili.

Lunedì scorso, 26 settembre, le 86 famiglie sotto sfratto hanno conseguito una piccola, temporanea vittoria, l’Alta Corte di Giustizia si è pronunciata per un riesame dei termini dello sfratto e ci vorrà almeno una settimana di scrupolosa revisione delle strutture e dei regolamenti per stabilire cosa sia abusivo, e può quindi essere rimosso, e cosa no.

Ma quale sia il destino di Dale Farm, per i Pavee del Regno Unito le prospettive non sono rosee. Secondo la Localism Bill, il nuovo piano legislativo per gli enti locali preparato dal governo di David Cameron, il vincolo che obbliga tutte le amministrazioni ad includere aree per i Traveller potrebbe venire rimosso e ciascuna potrà decidere quanti nomadi può ospitare. Il che potrebbe anche voler dire ‘nessuno’, se non fossero posti limiti a questo principio di discrezionalità.
Come la si guarda, da questa storia nessuno esce granché bene e viene il dubbio che una questione di così ampio respiro, che attiene ai diritti delle minoranze, al coesistere di diversi stili di vita, non dovrebbe essere lasciata interamente nelle mani di burocrati e tribunali civili. Dovremmo essere tutti uguali di fronte alla legge, certo, ma al prezzo di dover diventare, in sostanza, ‘tutti uguali’?



Monday, 26 September 2011

Per tutto il resto c'è Pontifex

Ho aperto il sito di Repubblica qualche ora fa e mi ha colto una sensazione di totale spaesamento...





Mi sono quasi accasciata sul divano, la mente un turbine di domande e sconcertanti possibilità...possibile che la Cei abbia deciso di non svendere più la propria dottrina per coprire gli ipocriti, i puttanieri, i mafiosi? Fosse che vescovi e cardinali si siano finalmente stufati di condonare l'imbiancatura di ogni sepolcro, di guardare sempre da un'altra parte? Fosse che qui oggi si apre una stagione nuova, che si riscoprano finalmente l'integrità, la coerenza, il coraggio di raccogliere e farsi portavoce di ciò che fedeli e non vanno dicendo da anni...
Certo però, se fosse così, mi toccherebbe magari rivedere la mia passata intransigenza, aprirmi al dialogo con la religione cattolica, riconoscere la loro leadership spirituale... Sarò pronta, mi chiedevo,  a questa nuova sfida?

E vi confesso, dopo l'iniziale meraviglia, il sollievo, sentivo affiorare in me l'ombra di un'inquietudine...

Poi però ho finito di scorrere il resto della pagina:





Phew...niente panico signori, business as usual. Come disse l'impareggiabile Cardinal Pizarro di guzzantiana memoria a chi gli chiedeva se ci fossero dei valori dietro:

'M'hai fatto prende' un colpo...'





Tuesday, 20 September 2011

Sfruttiamo il nostro capitale erotico: monetizziamola*

Ero in Italia da appena un paio di giorni quando si è sparsa voce che gli inquirenti avevano rilasciato centinaia di nuove pagine relative alle intercettazioni telefoniche del Premier, e siccome penso che l'esposizione prolungata a un certo tipo di linguaggio sia nocivo per la psiche di noi tutti, ho fatto del mio meglio per non leggere nulla in proposito.
Ma la questione pare ineludibile, nonostante i miei tentativi di tenere gli occhi fissi sulla settimana enigmistica e rimanere nella più totale ignoranza dei fatti di attualità, per interferenze successive qualcosa ha fatto breccia nella mia riluttante corteccia.

Anzi devo dire che più mi sforzavo di sfuggire alle notizie distraendomi con altre cose e più quelle stesse sembravano rigettarmi beffardamente tra le braccia del presente che volevo ignorare. E così, sotto l’ombrellone, mi sono letta ‘Riportando tutto a casa’ di Nicola Lagioia e già pensavo di scriverne qualcosa qui sul blog quando mi sono resa conto che il familiare teatrino di sgomitanti arrampicatori, di self-made-men traffichini e piacenti signore liete di far fruttare il loro ‘capitale erotico’, insomma, il suo ritratto della bulimica borghesia barese degli anni Ottanta, altro non sarebbe che il retroterra, il brodo di coltura che ci ha regalato Tarantini, Patrizia D’Addario e le altre. E io che pensavo di evadere…

Il termine ‘capitale erotico’ non l'ho scelto a caso, perché un altro libro su cui mi ripromettevo di scrivere è l’ultima fatica di Catherine Hakim, sociologa della London School of Economics, intitolato ‘Honey Money’.* La tesi di Hakim è, in sostanza, la seguente: avete notato che alle persone belle e sensuali la gente da più retta? Che percepisce salari più alti, sposa persone più ricche, quando fa la fila alla posta per pagare i conti correnti l’impiegato si rivolge loro con maggiore cortesia?

Questo perchè quando Pierre Bourdieau postulò l’esistenza del capitale sociale, culturale ed economico, dimenticò di menzionare quello erotico. Per colpa del patriarcato, del femminismo e del puritanesimo (strani compagni di letto, direte voi) alle donne è stato impedito per secoli di coglierne appieno le potenzialità e di sfruttarlo a proprio vantaggio senza incorrere in stigmatizzazioni e disapprovazione. Smettiamo di guardare alla prostituzione come ad un problema sociale, smettiamo di vedere le prostitute come vittime, peccatrici o donnaccie, ma apprezziamone e lodiamole lo spirito d’impresa.

Ci sono così tante cose che non vanno in questo testo che non so nemmeno se vale la pena elencarle, altri più arguti di me l’hanno fatto a pezzi a dovere, tra cui Zoe Williams e Will Self sul Guardian. Vi basti sapere che Hakim basa le sue considerazioni su una serie disparata di studi già pubblicati, scelti non perché particolarmente autorevoli ma solo perché li accomuna il fatto di darle in qualche modo ragione.
Volete sapere perché le donne hanno storicamente più da guadagnare nello sfruttamento del loro capitale erotico? Perché gli uomini hanno bisogno di fare più sesso delle donne. La studiosa ci dimostra questa illuminante verità citando uno studio secondo il quale gli uomini gay fanno un sacco di sesso. Tantissimo. Ciò è evidentemente dovuto al fatto che non ci sono donne coinvolte. Come ho detto, Hakim cita delle statistiche ma avrebbe potuto citare piuttosto, chessò, qualche antico proverbio lucano.
Ma lasciam perdere. Ciò che più mi irrita di questa libro è che non si limita a constatare il fatto che la nostra società abbia ‘commodificato’ ogni aspetto delle nostre vite, ma anzi abbraccia entusiasticamente la logica iper-liberista incoraggiandoci a monetizzare tutto il monetizzabile.

Questo libro, che ho ‘sfogliato con grande attenzione’ in aeroporto due settimane fa, mi porta a fare, alla luce degli avvenimenti recenti di cui sono a conoscenza mio malgrado, due considerazioni:

1) Bisognerà pur scrivere alla signora e dirle di non prendersela per tutte le critiche che le sono piovute addosso nel Regno Unito, ma invitarla a fare testé le valige e venire in Italia, dove sue teorie hanno trovato la loro più preziosa e mirabolante applicazione. Catherine Hakim conoscerà così Terry De Nicolò, la cui intervista filmata vale da sola più di mille trattati sociologici. Ella diventerà la sua musa e insieme espugneranno gli ultimi avamposti del sesso non retribuito, sindacalizzeranno le nostre vagine, tarifferanno ogni amplesso, ogni bacio, ogni fugace flirtino.

2) A riprova di quanto siamo avanti nell’applicazione dei precetti hakimiani, vorrei segnalare che il Venerdì di Repubblica del 9 Settembre ha dedicato ampio spazio ad Honey Money. Come vedete già dall’ impaginazione dell’articolo, evidente è la presa di distanza della redazione dalle posizioni dell’autrice e la volontà di trattare seriamente l'argomento:



Dopo questo sfoggio di quel che gli americani chiamano ‘eye-candy’, immagini sexy messe lì per catturare l’attenzione, pensate che Gaetano Prisciantelli, l’autore dell’intervista, abbia apostrofato la studiosa con indomito rigore giornalistico? che le abbia chiesto di rendere conto dei nodi più problematici della sua ricerca? che abbia identificato le più lampanti generalizzazioni, i presupposti problematici, l’uso parziale dei dati statistici, le implicazioni etiche??
No.
Forse sarà stato per via di un sussulto di orgoglio nazionale, la sociologa ha avuto per le vicende di casa nostra parole talmente lusinghiere che pareva brutto stare a sindacare. In risposta ad una domanda sulle donne che partecipano alle feste in casa Berlusconi, ecco le sue considerazioni:






«Certo. Vadano pure alle feste e alle cene, ma non facciano l’errore di sentirsi onorate e privilegiate. Devono solo contrattare e chiedere più soldi. Viviamo in una società che squalifica la bellezza e questo è alla base di un complesso, che porta alcune donne a svenderla [la bellezza], altre a viverla male».


Chissà se qualcuno le ha fatto presente che le donne in questione erano di fatto delle tangenti. Chissà se, oltre al meretricio, Catherine Hackim ritenga che debbano essere sdoganate anche la corruzione e l’uso privato di risorse pubbliche. La signora non lo spiega, Prisciantelli non glielo chiede, e io resto qui a rimuginare di cose di cui non mi volevo occupare.


* Questo post doveva inizialmente intitolarsi qualcosa tipo "Ad ogni vagina sia data la sua partita IVA". Ma recentemente ho scoperto che mia nonna è una lettrice di questo blog e mi è mancato il coraggio...
* Catherine Hakim, Honey Money: The Power of Erotic Capital, Allen Lane 2011.

Saturday, 3 September 2011

Le Mortificazioni della Carne








Queste sono alcune delle mie letture delle ultime settimane. Perché mi faccio del male, chiederete voi?
Una delle poche cose che ricordo con chiarezza del mio primo anno all’università è che diventai vegetariana. E così per qualche anno, fino a che una sera, intorno al mio ventiseiesimo compleanno, in un ristorante di Trastevere capitolai davanti ad un piatto di pasta alle vongole.
Sarebbe potuto rimanere un incidente isolato, ma all’epoca c’erano buone ragioni per reintegrare carne e pesce nella mia dieta; mangiavo fuori casa quasi tutta la settimana, e senza un minimo di organizzazione e tempo da dedicare alla cucina, l’alimentazione di una vegetariana under budget nella Roma di fine millennio facilmente scadeva in una routine fatta di tanti, troppi, tramezzini mozzarella e pomodoro.
A questo punto è bene che io chiarisca che i miei dubbi riguardo al mangiare carne non sono connessi alla possibilità che uccidere un animale sia in sé sbagliato. Piuttosto credo che allevarli e ucciderli crudelmente sia sbagliato. E, in più, penso che l’impatto sull’ambiente della zootecnia moderna sia lesivo ed ecologicamente insostenibile
Non intendo tirare in ballo questioni sulla ‘naturalità’ del mangiare carne, ho già avuto la mia fetta di interminabili discussioni con conoscenti e passanti occasionali a questo riguardo. Fino a che punto un’alimentazione carnivora sia iscritta nella nostra biologia, è più o meno irrilevante. Gran parte di ciò che chiamiamo etica è una negoziazione con i nostri istinti da una parte, e la tensione verso varie concezioni di ‘bene comune’ dall’altra, non vedo perché il cibo debba fare eccezione.
Ci sono però alcune considerazioni che mi impediscono di abbracciare una dieta vegetariana assoluta.
In primis, la coscienza del ruolo che occupa la carne, e il suo consumo, nelle culture umane. Negli anni del mio oltranzismo ho avuto spesso la sensazione di essermi persa delle cose. Un pranzo di Natale, ovunque sia, è un rituale codificato dove vengono serviti alimenti che spesso, se vai a vedere, vengono da una lunga, affascinante tradizione. Ho sempre avuto il dubbio che prendere parte, portandomi dietro il seitan da casa, non fosse mai del tutto prendere parte. Ha un bel dire Jonathan Safran Foer che ‘forse è il momento di ‘inventare nuove tradizioni’. Sarà la storica che è in me, ma io provo sempre un po’ di tristezza per le tradizioni, i saperi, che dimentichiamo.
Eppoi, viaggiare da vegetariani non è la stessa cosa. Perché viaggiare è buttarsi dentro un posto nuovo, provare cose sconosciute, assaggiare, ascoltare, guardare. Per carità, ci sono paesi dove da vegetariani si vive benissimo, anzi, si ha la sensazione di essere in perfetta armonia. Ma in altri, è quasi grottesco impersonare il ruolo della turista europea radical-chic che non può mangiare quasi niente della cucina locale.
Infine, c’è il problema dell’accettare l’altrui ospitalità senza mandare l’ospite nel panico. Mia madre, il cui orientamento pedagogico temo fosse largamente ispirato a quello del Capitano Von Trapp di ‘Tutti Insieme Appassionatamente’, non mancava mai di congedarmi con il seguente viatico ogni volta che ero invitata a casa di qualcuno:
1)     Mangia tutto quello che ti danno. Anche se non ti piace, anche se sei allergica, anche se un rapido esame organolettico sembrerebbe suggerire che il cibo in questione sia avariato o contaminato con polonio 210.
2)     Se devi fare una telefonata, lascia sempre accanto al telefono un contributo monetario corrispondente al probabile costo in bolletta sostenuto dal padrone di casa. Eccoti qui un contascatti portatile, una tabella tariffaria SIP aggiornata e un sacchetto di monete da duecento lire.
3)     Se rimani a dormire, al mattino rimuovi e piega tutte le lenzuola, coperte e federe dal letto. Lasciale sul materasso impilate e allineate lungo l’angolo destro inferiore del suddetto.

Avendo ricevuto una tale educazione, capirete che per me, dire a qualcuno ‘si vengo a cena ma sono vegetariana’ è un problema. Lo so che i tempi sono cambiati e il mio ospite non ha necessariamente sgozzato il suo più bel vitello in previsione del mio arrivo, ma tant’è.
Ma torniamo al dunque. Per anni ho evitato si interrogarmi sul problema e prendere alcuna decisione. Quello che doveva essere una breve pausa di riflessione sul vegetarianismo si è trasformato in un quasi decennio di beatitudine onnivora. Però, ora, vuoi le letture, vuoi che qui in Inghilterra, ultimamente, l’attenzione dei media sull’impatto ambientale e i risvolti etici della produzione di certi alimenti è notevole, dovrei essere un’eremita per rimanere ancora all’oscuro di cosa succede nella breve e tormentata vita di una gallina ovaiola.
Mesi fa, un po’ per caso, siamo diventati membri di una cooperativa agraria biologica che è qui ad un tiro di schioppo da casa. Per 10 sterline a settimana tutta la verdura che chiunque possa ragionevolmente volere in una vita, senza pesticidi, a filiera cortissima, chilometri zero.
E già ero lì che mi ingozzavo con le primizie di stagione, crogiolandomi nella beata certezza che non stavo contribuendo oltremodo al surriscaldamento del pianeta, che i vecchi dubbi hanno ricominciato ad assillarmi. Che senso ha mangiare zucchine a chilometri zero, continuando nel frattempo a comprare la carne al supermercato?
E allora ho smesso di nuovo, con più elasticità rispetto a prima, riservandomi piuttosto di optare per il consumo critico in occasione di feste comandate, viaggi in terre lontane e, appunto, inviti a cena da parte di carnivori inveterati.
E voi direte ‘vabbeh, hai deciso, perché ce la meni a noi?’. Giuro che non è mia intenzione fare del proselitismo, è solo che i miei dubbi continuano.
E’ meglio mangiare un pollo campese allevato a terra da un piccolo allevatore dietro casa tua, o mangiare tofu che con tutta probabilità a fatto il giro del mondo prima di arrivare al tuo supermercato di fiducia?
I due libri (di ricette) che sto leggendo ultimamente, Vegonomicon e Lucid Food mi danno un po’ da pensare. Entrambi partono da considerazioni che sono anche mie, animaliste da un lato, ‘glocal’ dall’altro. Ma sono tra loro in contraddizione. Mangiare a filiera corta implica, anche, il consumo responsabile di derivati animali, purché non importati e allevati secondo determinati criteri. Suona bene, ma io non posso andare a visitare uno per uno tutti i produttori locali di uova. Come consumatrice, posso scegliere fino ad un certo punto, dopodiché è un atto di fede.

Un approccio vegan sembrerebbe risolvere alla radice il problema di dare denaro alle industrie non etiche. Solo che per ricavare tutti gli elementi nutritivi che ti servono, qualsiasi ricettario vegan prescrive una lista infinita di alimenti che, oltre che cari, provengono da ogni parte del mondo: tofu, quinoa, miso, lievito nutrizionale eccetera eccetera.
Perché ho l’impressione il tutto si riduca come al solito a scegliere il male minore?


Monday, 22 August 2011

Silenzio in Piccionaia

Comunicazione di servizio: l'esercente di questo blog c'ha troppe gatte da pelare in questi giorni per starsene qui coi piedi a mollo nella blogosfera. L'interminabile Ph.D deve alfine terminare, si attende consegna della copia inglese per il 31 Agosto, per cui fino ad allora terrò un basso, bassissimo profilo.
 
 
E poi, ho smarrito la mia giacca preferita su un treno per Londra. Devo recarmi alla stazione di London Maryleborne a recuperarla proprio ora che si annunciano 'imponenti opere di manutenzione dell'infrastruttura'. Prevedo una giornata di simpatico lavoro itinerante sponsorizzato dalla Chiltern Railways...costo dell'operazione 25 sterline. Fossi più ricca o meno attaccata a certi aspetti materiali di questa nostra vita terrena gli direi di tenersi la giacca. 
Questo c'entra fino ad un certo punto col fatto che ho poco tempo da dedicare al blog, ma avevo voglia di farmi compatire.

Un bacio ai pupi

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Thursday, 11 August 2011

The revolution will not be televised on a plasma-screen TV

Sembrerebbe tornata un po' di calma dopo i riots notturni degli ultimi giorni. Quanto durerà nessuno saprebbe dire, ma intanto, pontificare su quello che è successo terrà occupati Media e politici per mesi. Tutti sembrano d'accordo almeno su un punto: questa di oggi è la tempesta nata da un vento che gli errori ieri hanno seminato. Ma chi lo ha seminato? che vento è?
C'è chi dice che il vento viene da sinistra: 'è colpa di una cultura dell'entitlement, della pratica sinistrorsa di elargire sussidi ai poveri e ai disoccupati, che sforna gggiovani convinti che tutto gli sia dovuto'. Per molti, il vento viene da destra, dalle divisioni e disaffezioni create da politiche iperliberiste. Il dibattito continuerà, perchè per tanti versi i riots sembrano l'essenza stessa dell'antipolitica, coloro che sono insorti non hanno articolato alcuna disaffezione, o almeno non esplicitamente, in apparenza non rivendicano nulla. E chi vorrebbe capire finisce per articolare al posto loro, osserva il fumo che si leva dai palazzi incendiati e ci vede un po' quello che gli pare.
Quando mi sono trasferita in Inghilterra, qualche anno fa, ho scoperto quanta paura avesse la gente dei suoi giovani.  'Yobs', 'chavs', 'hoodies' , per fare qualche esempio, sono tutti nomi con cui comunemente vengono chiamati gli adolescenti, in particolare maschi, che tanto inquietano la società mainstream. Quelli che abitano nelle council estates, indossano le felpe col cappuccio, bevono, magari fanno parte di una gang...insomma c'è tutta un'iconografia popolare ad identificarli e definirli, mi risparmio la fatica.
La paura è ciò che ha permesso agli inglesi di accettare nel loro quotidiano livelli di sorveglianza francamente orwelliani. Nelle strade, sui mezzi pubblici, in ogni anfratto buio e un po' isolato dei nostri spazi urbani, l'onnipresente telecamera a circuito chiuso ci ricorda che, in fin dei conti homo homini lupus.
Per via della paura, dai parchi vengono fatte sparire le panchine e le piste degli skateboard, i pub chiudono alle 11 di sera, i mezzi pubblici che attraversano specifici quartieri vengono evitati come la peste, i minori di 18 anni non possono comprare nemmeno un coltello da cucina, fosse mai che. 
La paura, paradossalmente moltiplica la minaccia: il modo di vestire, di parlare, e di atteggiarsi degli hoodies propriamente detti viene imitato da tutti gli adolescenti della nazione, anche quelli ricchi, figli di papà, perchè chi a quindici anni non ambirebbe ad essere un po' temuto, sembrare un vero duro, avere 'street cred' come si dice qui?  Nell'impossibilità di distinguere la minaccia vera dall'imitatore, l'originale dalla copia, sono tutti temuti in egual misura e tutti, ugualmente, sospettati.
I riots di questi giorni sono al tempo stesso una sorpresa e una non sorpresa. Ci sono rivolte con cui siamo indotti a simpatizzare e altre con cui no, ma è sempre una sensazione spiazzante trovarsi di fronte all'improvviso proprompere di un'azione collettiva, per certi versi coordinata, dirompente. Perchè? Perchè ora? Perchè con queste modalità e non altre?
Allo stesso tempo, non date credito a coloro che si dicono sorpresi,increduli. Mentono a se stessi. Quello che è successo in questi giorni è precisamente quello che le telecamere, i divieti, la demonizzazione degli hoodies stavano a sottointendere, quello che dicevano senza dire.
E intanto al telegiornale, parla il primo ministro, parla il capo della Metropolitan Police, è tutto un flettere di muscoli, un parlare di cannoni ad acqua e proiettili di gomma. 'Sentirete su di voi tutto il peso della legge' tuona David Cameron in una scalcinata imitazione dell'Ispettore Callaghan - sarò io che sono cinica, ma certe battute se le pronuncia un Etoniano con la faccia da pesca sciroppata, sai che paura.
Farebbero meglio, piuttosto, a fare gli scongiuri e mettere i ceri in chiesa, perchè se c'è una cosa che questa vicenda sta a dimostare è quanto sia facile mettere sotto scacco una nazione. La polizia non può essere ovunque nello stesso momento, e sono bastati 1000 arresti nello spazio di 48 ore a mandare in tilt gli apparati giudiziari. Se la situazione tornerà normale sarà probabilmente perchè i rioters si saranno stufati, non perchè è rientrato l'esercito dall'Afghanistan.
La cosa triste, ovviamente, è che il trauma più profondo è stato inflitto a quelle comunità a cui i rioters di fatto appartengono, i quartieri etnici della working-class inglese. Sarebbe più semplice capire se le devastazioni avessero colpito solo i scintillanti negozi delle highstreet, se i rioters avessero semplicemente depredato tutta quella roba che la civiltà ha insegnato loro a volere senza dargli la possibiltià di potersela comprare. Ma le famiglie dei morti di Birmingham, tutti quei cittadini comuni, per lo più immigrati, che hanno ricevuto botte e intimidazioni, le cui botteghe e case sono state incendiate, loro non dimenticheranno, temo, per molto tempo.



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