Wednesday, 3 August 2011

La Sindrome della Terrazza


Sono a corto di ispirazione in questi giorni. Ho pensato quindi di pubblicare qui un abstract di una sorta di zibaldone in terza persona che vado scribacchiando da anni e chissà, forse un giorno finirò. Mah.


Aprile 2010



L’eruzione di un vulcano islandese ha provocato la chiusura dello spazio aereo della Gran Bretagna e di gran parte del Nord Europa. Tra le impressionanti conseguenze su larga scala, i migliaia di viaggiatori rimasti a terra, le perdite economiche delle compagnie aeree e il caos dei trasporti di superficie, c’è anche questa piccola, piacevole, conseguenza su scala minima: Anche Teresa, che si trovava a Roma con Simah per le vacanze di Pasqua, non riesce a ripartire e si trova quindi nella necessità di prolungare il soggiorno a Roma di altre due settimane.

Ha tutti i file che le servono con sé e potrebbe benissimo lavorare alla sua ricerca, ma l’invito della primavera romana alla distrazione è troppo forte. Sono giorni sospesi questi; aspettando che da un giorno all’altro Ryanair decida di ripristinare i voli per l’Inghilterra, Teresa ha nel frattempo abbracciato l’indeterminatezza, è in vacanza nella sua città ed è quindi libera dall’ansia di fare che prende chi ha pochi giorni per visitare un luogo di vacanza ancora inesplorato. E’ anche libera dal lavoro e da tutte le incombenze che affliggono i suoi amici romani che qui vivono e lavorano. È a casa ma non è a casa. Si alza tardi, va a letto tardi. Può godersi lunghe ore al bar con i libri o il giornale e vedere le mostre che, quando viveva qui, non trovava mai il tempo di visitare.

A San Lorenzo, come al solito, chi ha tempo da perdere si ritrova in ottima compagnia perché qui, oggi come ai tempi in cui Teresa frequentava l’università, non mancano i bar dove lasciar passare in serena contemplazione qualche ora; e non mancano i contemplatori, quelli regolari, facce note con cui Teresa scambia cordiali sorrisi e cenni di saluto, ma anche turisti, studenti in Erasmus e frequentatori occasionali. Ogni sera poi, le strade e le piazze si affollano ancora di più: la movida nottambula della capitale ha risolutamente deciso di eleggere la zona a suo quartier generale. La tendenza era già in atto anni fa e il trapasso non è certo avvenuto dalla sera alla mattina – la nonna di Teresa, una sanlorenzina della prima ora, osserva sconsolata ‘la mattina le seracinesche sono tutte chiuse! È un quartiere morto!’ E, infatti, la maggior parte dei negozi e delle bottegucce che Teresa ricorda da quando era bambina sono sparite l’una dopo l’altra, rimpiazzate da pub e kebabbari. Il laboratorio della pasta fresca è ora una piccola libreria, il fornaio si è riconvertito in winebar che serve ottimi aperitivi. Teresa si sente pure un po’ in colpa perché, negli anni, il suo sostegno finanziario alla riconversione di San Lorenzo da quartiere operaio a mecca dell’intrattenimento, non è stato certo indifferente.

Alcune scelte recenti degli amministratori locali, che avevano in teoria lo scopo di tutelare la vivibilità del quartiere e restituirlo ai residenti, si pensi alla ztl notturna nel fine settimana, oppure la riqualificazione della piazza antistante la chiesa dell’Immacolata, hanno prodotto effetti perversi: la piazza, che era prima più che altro un incrocio adibito a parcheggio sul cui sconnesso selciato nessuno amava indugiare, è divenuta ora, grazie alla dotazione di panchine e muretti, una sorta di birreria a cielo aperto, una hotspot dello svacco gioioso. La cosa sembrerebbe a Teresa piuttosto bella se non ci fosse che poi sua nonna si lamenta che la domenica mattina per andare a messa deve camminare su un tappeto di cicche, bottiglie rotte e deiezioni canine.

‘Ma scusa, ma qui in Italia non c’è la crisi? Ma possibile che tutte le sere della settimana sono tutti a bere e a mangiare fuori?’ domanda Simah, il compagno di Teresa, una sera in cui si fanno largo un po’ brilli tra i tanti vivaci gruppetti che dalle pizzerie e dai bar si riversano per le strade.

La crisi. Teresa fa spallucce, le viene da ridere ‘La crisi? Ma qui non siamo mai usciti dalla crisi’. Prima del recente crollo dei mutui sub-prime c’era la crisi del passaggio all’euro, e prima del passaggio all’euro c’era chissà cosa ma, Teresa non ricorda un solo momento degli ultimi vent’anni in cui non ci fosse la sensazione diffusa di trovarsi nella morsa di una qualche apocalisse economica. Però, certo, qualche interrogativo rimane. Roma pare sempre tutta in festa, almeno nelle ore dei pasti.

Negli ultimi anni un numero crescente di quartieri romani sono stati investiti da questo processo di gentrificazione, e nuovi ritrovi notturni si sono aggiunti a quelli tradizionali quali Trastevere e Campo de’ Fiori. Quando Teresa aveva vent’anni c’erano San Lorenzo, ma anche Testaccio e Ostiense e, pochi anni dopo, il Pigneto. Aree, queste, che si avvantaggiavano della vicinanza di un polo universitario e avevano quindi una popolazione studentesca da intrattenere e abbeverare. Poi, sull’onda del successo dei film ispirati ai romanzi di Federico Moccia, nel giro di una notte la zona di Ponte Milvio si riempì di pizzerie, lucchetti e Mercedes Smart. Ultimamente Teresa si è accorta che anche il rione Monti, che viveva da sempre una sua vita appartata e discreta fatta di botteghe del vintage e ottimi ristoranti indiani, sta subendo la stessa prevedibile trasformazione. I sintomi del contagio Teresa li vede propagarsi ad ogni nuova visita a Roma, un implacabile effetto domino il cui carattere più evidente è sempre lo stesso: la propagazione dell’aperitivo con buffet. Comincia quando il bar più frequentato della piazza raddoppia il numero dei tavoli all’aperto, e un bel giorno, a Roma si direbbe “facendo un po’ i vaghi”, i gestori cominciano a servirti, insieme alla bevanda ordinata, un piatto di stuzzichini, omaggio della casa. Ben presto queste piccole offerte di cibarie vengono sostituite da opulenti trionfi degni di un banchetto rinascimentale, allestiti lungo il bancone del bar. A quel punto è fatta, il virus passa veloce ad infettare il bar successivo e via così.

Ci si aspetterebbe che il mercato dell’intrattenimento notturno fosse intrinsecamente volubile, facile ad esaurirsi e volgersi periodicamente ad occupare posti nuovi. Ma ad ogni nuovo avamposto conquistato non corrisponde l’abbandono del precedente. Il mercato non si sposta, tutt’altro, semplicemente avanza invadendo per gradi le aree limitrofe come “the Blob” in quel vecchio film.

Gli abitanti della città eterna sembrerebbero determinati a combattere la recessione a colpi di forchetta, benché non ci sia, sui giornali e in televisione, analista economico che non lamenti la contrazione dei consumi della società italiana. Chissà, forse se nel paniere ISTAT ci fossero i supplì e gli aperol spritz sarebbe tutta un’altra storia, pensa Teresa.

Gli stipendi medi, in confronto all’Inghilterra per esempio, sono risibili. Gli affitti però, almeno a Roma, sono davvero molto alti. Ogni volta che passano davanti ad un’agenzia immobiliare con le offerte in vetrina, Teresa e Simah restano a studiare gli annunci in sbigottita contemplazione.

Se quel poco che avanza a fine mese, pagati i mutui e gli affitti, le bollette e la benzina, viene davvero speso per bere e mangiare fuori, allora forse questi atti hanno in sé un importanza particolare.

Per gli amici inglesi di Teresa la cosa non costituisce poi tanto una stranezza quanto la conferma di un luogo comune, una delle caratteristiche più note e attraenti della Italian way of life, l’importanza della convivialità, della dolce vita, del buon cibo. D'altronde è così che ci immaginano all’estero – riflette ora – tutti a passeggio ben vestiti su e giù per il centro storico di una qualche gemma architettonica del Belpaese, o al tavolino di un bar a sorseggiare Campari e ragionar d’amore mentre i bambini giocano in piazza. Tutto normale quindi. Tutto come da copione.

Sarà allora perché Teresa si è disabituata, o perché è sempre incline a pensar male, che le pare ora che la tendenza stia raggiungendo una dimensione quasi compulsiva? ‘Ti ricordi di quell’articolo su Time?’ chiede ora a Simah. Si riferisce ad un’indagine, apparsa qualche anno fa nell’edizione britannica del celebre settimanale. L’articolo parlava dei trentenni Italiani figli di mamma condannati ad una giovinezza spesa a casa coi genitori tra precariato e disoccupazione e in esso veniva menzionata l’analisi di un corrispondente americano in Italia, né Teresa né Simah ne ricordano il nome, secondo cui gli Italiani sono affetti dalla cosiddetta “Sindrome della Terrazza”. In altre parole, le bellezze paesaggistiche e il clima mite, le gratificazioni della tavola imbandita e degli affetti avrebbero il potere di far dimenticare magicamente all’italiano tutti i crucci e le difficoltà che lo hanno afflitto durante il giorno. Che poi altro non sarebbe, questa sindrome, della riproposizione in termini giornalistici di quel rifugiarsi presso il desco che tanti scrittori e intellettuali, italiani anche loro, hanno esecrato o celebrato per secoli. Non lo diceva pure Pascoli?

Simah è entrato in un bar a procacciare il bicchiere della staffa e Teresa, rimasta fuori a fumarsi una sigaretta, scruta per un momento questi suoi allegrotti concittadini col bicchiere sempre in mano. Le viene all’improvviso da chiedersi se sia possibile che un’intera nazione possa soffrire di un disturbo alimentare. Quello che alla tv, in Inghilterra, chiamano comfort eating, riferendosi di solito a quegli individui un po’ ciccioni che mangiano non tanto per fame quanto per gratificarsi con il cibo, con quella reazione biochimica di benessere che esso induce. Perché, pensa ora lei, se una bella cena con gli amici in terrazza, come dice il giornalista americano, ha davvero il potere di farti scordare un quotidiano fatto di ingorghi abominevoli per la strada, burocrazia, inefficienza e corruzione, allora magari ne consegue che tanto più le cose peggiorano tanto più necessarie e frequenti diventano queste abbuffate, questi momenti di svago.

O forse, come al solito, Teresa sta semplicemente proiettando sugli altri le sue personali preoccupazioni. Non sono proprio queste libagioni in compagnia ciò di cui sente più la mancanza quando è lontana? A mano a mano che si acuisce il distacco, la sensazione di estraneità e incomprensione che Teresa prova ora per quello che succede in Italia, il suo senso di appartenenza ha preso la forma esclusiva della nostalgia per le persone e ad un desiderio struggente per il cibo con cui è cresciuta. Come da stereotipo, l’italianità di Teresa si riduce a queste poche, care, cose. I migranti che l’hanno preceduta erano magari quelli della pizza e del mandolino, ma lei si discosta poco e nulla dal modello, lei è quella della cicoria ripassata e del fritto di baccalà.

Pensare che le cose vanno male, in fondo, è facile. Leggere il giornale e dirsi ‘non capisco come facciamo ad accettare questo e quello’ è facile, lo facciamo da sempre. Teresa lo fa da anni e così anche molte delle sue conoscenze. Pensa per esempio al suo ex direttore di tesi, un adorabile signore, ex-membro del PC, storico e intellettuale di rara integrità. Oggi giorno, quando Teresa lo va a trovare, la conversazione prende l’inevitabile forma del monologo farneticante, un lungo e sconsolato inventario dei fatti di attualità, quasi che Teresa non fosse di ritorno dall’Inghilterra ma dalla luna e avesse bisogno di essere messa al corrente degli ultimi sviluppi – una nuova legge ad personam del Premier, l’ultimo politico corrotto a suon di mazzette e prostitute, l’ultimo ragazzo morto solo perché in commissariato, quella notte, qualche gendarme si annoiava. Ci lamentiamo, sempre. Ci lamentiamo da sempre. Ma non c’è mai nulla che ci tolga l’appetito.

E Simah, intanto, è uscito dal bar con un bicchiere ghiacciato di Negroni in ciascuna mano. La cosa più difficile – conclude Teresa rimestando con la cannuccia il suo intruglio scarlatto – è pensare che, magari, alla maggior parte delle persone, stia proprio bene così. Teresa e Simah sollevano i loro bicchieri in un brindisi. Come dicono gli inglesi when in Rome, do as the Romans do.

E allora facciamo come i romani.

‘Salute’








6 comments:

stealthisnick said...

ma anche dello spazio aereo del sud europa

diario di una nube di cenere islandese a barcellona

bel post
scrivi davvero bene

Flavia said...

Ah! mi sono andata a leggere il post...
Certo che io sono stata proprio fortunata, quando sono arrivata a Ciampino e ho visto i voli tutto cancellati non ho avuto che da rigirarmi e tornare a casa da papà.

Grazie per l'incoraggiamento :-)

Saverio Luzzi said...

Non credo si possa parlare di "Sindrome della terrazza", la quale mi pare una definizione data da uno dei tanti giornalisti in vena di sparare emerite cretinate per giustificare lo stipendio. Montesquieu diceva che la forma istituzionale di uno Stato è influuenzata dal clima che in quelle aree geografiche domina, e quella di questo giornalista americano somiglia tanto a una lettura cialtronesca di Montesquieu.
Perchè l'Italia non si ribella? Perchè una grossa parte degli italiani, duole ammetterlo, è come chi li governa (del resto, non fosse così, certi partiti non sarebbero i più votati, no? Mica si va alle urne con la pistola puntata...).
Disse Quelo: "La risposta è dentro di te... ma è sbagliata!". Aveva ragione.
In fondo quel che abbiamo ci sta bene, altrimenti lo combatteremmo. Il male sta nella nostra amoralità, nella sguaiatezza della maggior parte di noi.

Flavia said...

Hai ragione, spero però che si sia capito che 'la sindrome della terrazza' non è offerta qui come una spiegazione del perchè gli italiani non fanno la rivoluzione. E semplicemente introdotta in quanto una, tra le tante, cose che vengono in mente, per averle lette sul giornale, a 'Teresa' in in momento in cui passeggia per strada. Nel modo in cui tutti, quando leggiamo un opinione su fatti di cui pensiamo di avere cognizione, li soppesiamo per considerare se hanno o meno qualcosa di vero. Forse non avrei dovuto metterlo come titolo del post, ma mi piaceva il fatto che potevo così inserire l'immagine de "La Terrazza" di Ettore Scola (che c'entra, a modo suo)
Quanto all'esistenza o meno della sindrome, mah, hai ragione tu. Però un pensiero ricorrente, quel meravigliarsi un po' dell'Italiaca capacità di badare ai fatti propri, forse c'è. O almeno è una riflessione che ogni tanto, nella produzione di gente di ben altra levatura rispetto al giornalista americano, si ritrova.

Saverio Luzzi said...

No, no, è chiarissimo che la sindrome della terrazza non è una spiegazione che tu accetti, ma è solo un elemento di discussione preso da una lettura.
Non preoccuparti.
Il problema sta nel fatto che, a volte, questi osservatori stranieri forniscono letture della realtà italiana che ci fanno rimpiangere i loro colleghi italiani. Nello specifico mi pare che non si sia andati al di là dello stereotipo. Non tutta l'Italia è paesaggisticamente straordinaria (ci sono posti che non nomino in cui si viene immediatamente presi dal desiderio di suicidio), non dappertutto si vive bene e non ovunque si può dimenticare l'orrore.
Secondo me, chi ha capito bene gli italiani è stato Pasolini. Lui ha saputo guardare dentro a quel che stavamo diventando...

Flavia said...

Ah! Non dire così che sennò vi infliggo pure uno degli altri capitoli, "Ponderazioni di Teresa ad una retrospettiva su Pasolini" :-)

Comunque, mi hai fatto venire in mente che se da una parte l'osservatore esterno spesso non vede oltre lo stereotipo (sono d'accordissimo su questo) dall'altra molti osservatori interni guardano le cose talmente da vicino che non vedono più certi contorni. Forse bisognerebbe, intellettualmente parlando, riuscire a osservare le cose tenendo un piede dentro e uno fuori.

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