Saturday, 1 October 2011

Quel pasticciaccio brutto di Dale Farm


Questa settimana doveva, secondo le attese, concludersi la tormentata e ormai decennale controversia giudiziaria che vede schierata l’amministrazione cittadina di Basildon, in Essex, contro i Traveller sotto sfratto di Dale Farm.
Questa vicenda ha occupato ad intermittenza molto spazio sui media, essendo al tempo stesso di un’ estenuante speciosità dal punto di vista burocratico e carica di inesauribili ricadute ideologiche, politiche e sociali.

Dale Farm non è un ‘campo nomadi’ nell’accezione che siamo abituati a dare a questo termine, non è un’area destinata dalle amministrazioni pubbliche ad ospitare gruppi di itineranti e non è, nonostante sia sotto sfratto, un insediamento interamente abusivo. Le 100 famiglie di Traveller trasferitisi qui con i loro camper a partire dagli anni Settanta comprarono lotti di terreno e ottennero per 45 di questi lotti regolare permesso di edificazione. Negli anni la comunità è cresciuta, facendo di Dale Farm il più grande insediamento di Traveller, o Pavee (nomadi di origine irlandese) d’Europa. I Traveller acquistarono altri 52 lotti cercando negli anni di ottenere il permesso di cambiarne la destinazione d’uso e metterli in regola retrospettivamente, ma invano.
I tentativi di rendere esecutivo lo sfratto agli abusivi finiranno per costare all’amministrazione di Basildon oltre 18 milioni di sterline e viene il sospetto che un atteggiamento meno oltranzista avrebbe danneggiato meno i rapporti tra le due comunità e fatto risparmiare a tutti un sacco di tempo e soldi.
I terreni oggetto di disputa, argomentano gli amministratori locali, ricadono all’interno della Green Belt, aree di verde tutelate per legge dall’incontrollata crescita urbana, ed era quindi legittimo negare ai proprietari il permesso di edificarvi sopra. Ma il team legale che rappresenta i Traveller non è d’accordo: prima che vi si stabilissero loro, l’area era già stata data in concessione ad uno sfasciacarrozze, il ‘verde’ non è propriamente di casa, a Dale Farm, già da molto tempo. Vi sono inoltre considerazioni che suggerirebbero un po’ di elasticità, queste famiglie abitano lì da anni, i loro bambini frequentano la scuole locali, lo stile di vita itinerante che li caratterizzava è divenuto quasi impossibile da perpetuare dal momento che le aree destinate ad ospitarli nel Regno Unito sono pochissime, sempre meno, sempre più piccole. Smantellare Dale Farm sarebbe una piccola diaspora, lo smembramento di una comunità che è vissuta unita per più di dieci anni.

I Pavee sono riconosciuti dalla legge britannica come ‘minoranza etnica’, hanno una loro lingua, chiamata Shelta, e radici antiche, ma l’opinione pubblica si dimostra, a giudicare da quello che ho appreso in questi anni da giornali e televisione, molto riluttante a riconoscergli alcun carattere di eccezionalità. Il concetto di ‘fairness’ tanto caro agli inglesi, si rivela qui un valore estremamente ambiguo: per alcuni, sarebbe ‘corretto’ adattare i regolamenti per compensare lo svantaggio in cui i Traveller si trovano rispetto alla società stanziale, ma per molti, il concetto di ‘fairness’ viene brandito come una clava per negare loro alcun trattamento di favore. Perché bisognerebbe permettere ai Traveller di costruire laddove ai cittadini comuni è proibito? Si rimprovera di fatto a questa comunità di aver introiettato un atteggiamento opportunista nei confronti dello Stato, insistere per il riconoscimento della loro diversità può voler dire, secondo costoro, semplicemente arrogarsi il diritto di fare come gli pare.


Da settimane una vera task force di volontari è accorsa a difendere Dale Farm, sono stati allestiti ponteggi e barricate per proteggere il campo dagli imminenti scontri con i ‘bailiffs’, gli incaricati all’ esecuzione di sfratti e pignoramenti. Avvocati volontari e osservatori civili presidiano la scena ma, in generale, sembrerebbe esserci veramente poca simpatia per la causa dei Traveller. Vuoi per l’aumento della criminalità che secondo la vulgata comune accompagna ogni loro nuovo insediamento, vuoi che tanti considerano questi accampamenti squallidi e brutti, fatto sta che la presenza dei un campo nomadi nelle vicinanze ha l’immancabile effetto di abbassare il valore commerciale delle residenze dei cittadini comuni. Le implacabili leggi del mercato hanno un ruolo di non poco peso in questa battaglia, perché laddove i loro vicini vedono diminuito il prezzo dei loro immobili, il valore commerciale dei lotti di proprietà dei Traveller crescerebbe a dismisura se essi venissero riclassificati come edificabili.

Lunedì scorso, 26 settembre, le 86 famiglie sotto sfratto hanno conseguito una piccola, temporanea vittoria, l’Alta Corte di Giustizia si è pronunciata per un riesame dei termini dello sfratto e ci vorrà almeno una settimana di scrupolosa revisione delle strutture e dei regolamenti per stabilire cosa sia abusivo, e può quindi essere rimosso, e cosa no.

Ma quale sia il destino di Dale Farm, per i Pavee del Regno Unito le prospettive non sono rosee. Secondo la Localism Bill, il nuovo piano legislativo per gli enti locali preparato dal governo di David Cameron, il vincolo che obbliga tutte le amministrazioni ad includere aree per i Traveller potrebbe venire rimosso e ciascuna potrà decidere quanti nomadi può ospitare. Il che potrebbe anche voler dire ‘nessuno’, se non fossero posti limiti a questo principio di discrezionalità.
Come la si guarda, da questa storia nessuno esce granché bene e viene il dubbio che una questione di così ampio respiro, che attiene ai diritti delle minoranze, al coesistere di diversi stili di vita, non dovrebbe essere lasciata interamente nelle mani di burocrati e tribunali civili. Dovremmo essere tutti uguali di fronte alla legge, certo, ma al prezzo di dover diventare, in sostanza, ‘tutti uguali’?



3 comments:

LAV / gigionaz said...

Non conosco la situazione, se non nei termini generali nei quali viene presentata sui media in rete (e grazie a te che me l'hai fatta conoscere).
A pare le specificità locali, e lo straordinario caso della cultura e delle abitudini dei nomadi irlandesi, questa cosa ha tutte le caratteristiche di quanto attende il marginale. Che, in un periodo di crisi e di decadenza, inevitabilmente viene maciullato.
Domanda: cosa c'è di 'British' e cosa c'è di contingente nel caso?

Saverio Luzzi said...

La prima cosa che mi viene in mente è dire: "Tutto il mondo è paese". Ma al di là di un certo qualunquismo di fondo, devo dire che almeno nel Regno Unito esiste l'obbligo di allestire un'area destinata ai nomadi in ogni municipalità. Sapere che Cameron vuole aggirare o addirittura cancellare questo principio mi addolora. Ho sempre pensato che con un po' di buonsenso le questioni legate ai nomadi possano essere tranquillamente gestite. Mai ho avuto l'idea romantica del nomade ultimo oppositore della modernità capitalista (mi pare uno stereotipo peggio che banale), ma l'equazione nomade=delinquente mi infastidisce. Speriamo che a Basildon prevalga l'intelligenza.

Flavia said...

Sono da'accordo con voi.

La cosa più British di questa faccenda è, secondo me, quella di risolvere questa questione non dibattendo dei principi ma occupandosi meramente del quadro legale/burocratico della faccenda.

Per questo sospetto che la sentenza definitiva finirà per essere una sorta di compromesso per Dale Farm, che no risolverà però il problema degli altri Traveller del paese...

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