Thursday, 28 July 2011

Forse perchè a Desdemona piace essere ammazzata*



Questa, come forse saprete, è la copertina di un opuscolo prodotto dal Comune di Roma per tutelare la sicurezza delle donne alle prese con questa nostra giungla metropolitana.
Ah, sindaco Alemanno, io non lo volevo neanche scrivere un post oggi, c’ho un sacco di lavoro arretrato, ma tu te la chiami.
I contenuti di questa pubblicazione sono già oggetto di polemica, tanto che si prevede a breve una manifestazione davanti al Campidoglio, ma prima di entrare nel merito, soffermiamoci un momento a considerarne l’efficacia dal punto di vista della comunicazione:
Si osservi prego il colour-coding (Rosa! Che scelta originale)
La grafica e i font dal sapore un po’ farmaceutico
L’immagine della giovane donna beata in un prato di viole, è felice!
 
Sarà perché è finalmente libera da quel fastidioso prurito intimo?
No, lo dico perché ogni cosa in questa copertina grida “TAMPAX”, grida ‘presidio ginecologico’, ‘noi donne in quei giorni’…
Ma facciamo un passo indietro. Tanti e tanti anni fa chiacchieravo con un mio amico dei pericoli che corrono le donne ad andarsene in giro la sera. Il mio amico mi chiese allora come avrei risolto io il problema nel caso fossi divenuta un dittatore. (E non dite che voi non lo fate mai, di pensare a cosa fareste se diventaste dittatori)
Sfoggiando la mia più imperscrutabile poker-face, risposi ‘Semplice, stabilirei che, per legge, al calar del tramonto, fosse proibito ad ogni individuo di sesso maschile di uscire in pubblico se non accompagnato da una donna’.
‘AH!’ Protestò scandalizzato il mio amico ‘Ce n'est pas possible! Sarebbe un provvedimento troppo autoritario,ingiusto! Si penalizzerebbero così tutti gli uomini per le colpe di alcuni depravati, è fascista’ (chissà poi che si aspettava, dal momento che parlavamo di una mia eventuale dittatura)
Lo aspettavo al varco. E con aria da maestrina saputella lo rimbeccai ‘Hai ragione,dear Watson, è profondamente ingiusto. Ma dimentichi che, sebbene nessuna legge lo dichiari espressamente, questa è la prassi non scritta a cui ci aspettiamo che tutte le donne ubbidiscano. Non si puniscono così tutte le donne per le colpe di alcuni depravati?
 
Adesso l'amministrazione di Roma Capitale si è presa la briga di informarci su come difenderci dallo stupratore mascherato. Io ho scaricato il PDF, e vi faccio il riassunto così non vi tocca leggerlo di persona: tornate a casa presto, indossate a tutte l’ore intorno al collo una sorta di salvavita-Beghelli/rilevatore satellitare di posizione (il quale si può acquistare, è reclamizzato sulla terza di copertina) e se vi ostinate a tornare a casa tardi a piedi, almeno stringete tra le manine tremanti il cellulare con il 113 pre-impostato sullo speed-dial. E, infine, (e qui sta il conquibus) non uscite da sole indossando vestiti appariscenti.
Appariscenti? Alemanno vuole forse che io mi abbigli in modo da potermi mimetizzare con la pensilina alla fermata del 30 barrato? Vuole che mi vesta da cono spartitraffico?
La cosa che mi fa disperare di più di questa storia, è il fatto che evidentemente al comune non leggono i giornali, non si informano, sennò saprebbero che da mesi in diverse nazioni si stanno svolgendo delle particolari manifestazioni di piazza, denominate SLUT-WALKS, che vedono protagoniste tutte quelle donne che ritengono di avere il diritto di indossare quello vogliono senza che il loro abbigliamento sia visto come un invito, o un alibi, allo stupro
A fare da casus belli sono state le incaute parole di un agente di polizia canadese pronunciate mesi fa presso la Osgoode Hall Law School di Toronto.
L’incauto poliziotto ha esteso alle studentesse la seguente raccomandazione:
“Per tutelare la vostra sicurezza, evitate di andare in giro vestite come mignotte” (No, questa non è una mia sgraziata iperbole, è una traduzione assai fedele delle parole pronunciate verbatim dal succitato, vi sfido a trovarne una migliore).
 
Ma possibile che al comune di Roma nessuno ha avuto il sospetto che riproponendo la questione in questi termini, andavano a soffiare sulle braci di un dissenso più che diffuso?
Ma un povero cristo che gli faccia la rassegna stampa non ce l’hanno?
Non c’è ovviamente alcun diretto rapporto tra le violenze e le molestie subite dalle donne e l’abbigliamento da loro indossato, nessuna rilevanza statistica, è pure inutile dirlo.
 
E' la solita vecchia storia, ogni volta che si parla di azioni criminali e l’attenzione si concentra sul contegno tenuto dalla vittima, sappiamo che ci troviamo di fronte ad una grossa fregatura. Se una donna viene molestata è perché indossa abiti provocanti, se un omosessuale viene picchiato per strada è perché il suo comportamento dava nell’occhio e offendeva la pubblica morale. E così via.
Non è così che giudichiamo la maggior parte dei reati, non stiamo abitualmente a cavillare su quello che avrebbe dovuto o non dovuto fare la persona che ha ricevuto un dolo.
Provo a spiegare con parole semplici (così capisce anche Alemanno) se dimentichiamo di inserire l’antifurto alla macchina, chi ce la ruba è forse meno ladro?
La sicurezza è un lusso, dice il titolo di questa fetecchia editoriale. Almeno su una cosa c’hanno azzeccato.



*La superba citazione è una battuta di Totò/Jago in 'Che cosa sono le nuvole' di PP.Pasolini

Tuesday, 26 July 2011

A tale of two bookshops

Recentemente ho letto un articolo di Alan Bennett in cui narra dell’importanza che hanno avuto le biblioteche nella sua vita, come luoghi di scoperta ma anche di protezione e conforto, piccoli mondi accoglienti dove imparare a diventare le persone che siamo.

Mi sono poi ritrovata a pensare al mio rapporto con le biblioteche e al fatto che, benché sottoscriva il parere di Bennett, provo un eguale se non superiore trasporto per un’altra, più mercenaria, istituzione: la libreria.

Certo, in libreria i libri li paghi. Le librerie non sono, in questo senso, luoghi di democratizzazione dei saperi e libero accesso alla cultura. Però è nelle librerie che ho fatto le mie personali importanti scoperte, che ho avuto le mie folgorazioni. Infine, i libri in biblioteca devono essere restituiti ed è inutile che io vi stia a spiegare il malessere che questo provoca in me.

Sono sempre stata una di quelle persone che si sentono vagamente a disagio in qualsiasi contesto, facili ad intimidirsi, eternamente impegnate a simulare dimestichezze ed abbandoni che non provano. Fu quindi una bellissima sorpresa quando scoprii che in libreria, qualsiasi libreria, ci stavo come un pesce nell’acqua. Persino da piccola, quando mi ci volevano trenta minuti di training autogeno prima di trovare il coraggio di comprare un francobollo dal tabaccaio.
La libreria è come un'ambasciata o un consolato in terra straniera dedicato alla tutela di quelli come me; ovunque io mi trovi so che mi darà asilo, il personale mi riconoscerà come una dei loro, mi sentirò come a casa.
Non dico questo per affettazione, per millantare chissà che spessore intellettuale. Ci sono un sacco di posti e di situazioni in cui gente più sofisticata ed intellettuale di me si trova benissimo mentre io resto in balia della la consueta sensazione di non appartenere.
C’è chi sta bene al cinema, al vernissage, chi al café de Flore, chi alle manifestazioni. Ci sono quelli che vanno ai convegni – addirittura parlano ai convegni! – come se fosse la loro seconda natura. C’è chi sta bene, appunto, immerso nella natura, nei boschi, sulle scogliere tempestose. Io no, vorrei essere come loro, mi sforzo, ma no.
Chi si mette in viaggio spesso progetta i propri itinerari, documentandosi su quali monumenti visitare, quali musei, quali ristoranti. Io faccio liste delle migliori librerie. Certo, se vado in posti dove non parlo la lingua è un peccato ma non desisto, vale sempre e comunque la pena.

Le biblioteche, fatta forse eccezione per quelle di quartiere, possono essere anche luoghi respingenti, per soli iniziati. Spesso non vi si può accedere se non in possesso di documenti, malleverie, permessi speciali. Le librerie vogliono il mio denaro e mi accolgono sempre con grande affabilità. E anche se vi passo tre ore e non compro niente, raramente i commessi si adombrano. Sono librai, non negozianti come gli altri, sono negozianti ‘speciali’.
Trasferirmi in Inghilterra ha imposto cambiamenti di tutti i tipi, naturalmente, non ultimo quello di lasciare le mie librerie preferite e il doverne scoprire di nuove, adeguarmi alle piccole e grandi differenze culturali che rendono le bookshops diverse dalle controparti nostrane, non trovare facilmente alcuni autori.

Per l’altrui diletto, ecco le mie preferite fino ad ora:


-    Blackwell’s, 23-25 Broad Street, Oxford.
Blackwell’s è una catena ma con una certa vocazione accademica. Gli altri franchise del libro, come Waterstones o la defunta Boarders, sono ubiqui, hanno dato l'assalto ad aeroporti e stazioni, centri commerciali, ma le Blackwell le trovi di preferenza vicine ad un'università. La Blackwell di Oxford le supera tutte, è il sancta sanctorum dei librivendoli. Roba da feticisti veri. Le varie sezioni, ognuna con un numero civico diverso, ognuna con la sua vetrina, il suo ingresso, se ne stanno attaccate come ostriche meravigliose intorno al ampio delta di Broad Street, sede della Biblioteca Bodleiana. Ci si sente un po’ come se si fosse entrati in un vertiginoso omphalos della conoscenza, in questa piazza, non si sa da dove cominciare. C’è la libreria d’arte, quella dedicata alla musica, c’è una sezione manoscritti antichi presidiata a vista da un libraio appollaiato della cui superiore conoscenza nessuno oserebbe mai dubitare. C’è un intero piano dedicato alla storia e uno di compravendita di libri usati. C’è anche il bar con comode poltrone – per poter bere o mangiare in situ senza doversene andare mai. Purtroppo il bar fa parte di una ben nota catena – Café Nero – che conferma tutti i luoghi comuni esistenti sul caffè inglese. Li conferma e ci aggiunge volentieri del suo.
      
      - London Review Bookshop, 16 Bury Place, London

Per quelli che preferiscono le librerie piccole ma intense, ecco la mia preferita, nel cuore di Bloomsbury, a due passi dal British Museum. La LRB è tutt’uno con la London Review of Books, prestigiosa rivista letteraria e non solo. Anche qui c’è una piccola sala bar, con torte fatte in casa, bibite equosolidali e un caffè dignitosissimo. La libreria propriamente detta, soddisfa tutti i miei personali criteri di perfezione: Non vi è la consueta, arbitraria divisione tra fiction e ‘letteratura’ che lascia tutti quei libri in odor di classicità a muffire da soli sugli scaffali più remoti. Gli autori stranieri non vengono messi in una sezione separata da quelli anglofoni, anzi, per essere una libreria inglese molto spazio è dedicato alla letteratura straniera, in traduzione. La saggistica la fa da padrona, in particolare le scienze politiche e sociali, cosa che raramente accade nelle librerie mainstream. Una targa blu sulla facciata mi informa che alla porta accanto, praticamente al piano di sopra, abitava Bertrand Russell, ed effettivamente la LRB pare creata a sua immagine: erudita e poliversa ma in dialogo costante con il presente, progressista, impegnata nonostante gli aristocratici natali, una libreria che non cerca di piacere a tutti, non corteggia il grande pubblico e, soprattutto, non lo offende con la scusa di ‘venire incontro ai gusti del popolino’.

Gli inglesi bontà loro, non amano gli intellettuali, (lo dice pure Popham ), e non è un caso che queste librerie così diverse dall'offerta generale, si trovino in Oxford e Bloomsbury, che sono un po' dei ghetti per chi si ostina a coltivare l'eccentrico vizio dell'approfondimento. Sono gabbie dorate per eruditi, un po' come Brighton è una gabbia dorata per la comunità gay e i fricchettoni ambientalisti - anche loro non amati ma tollerati di buon grado. Qui sta inscritta tutta intera l'anima liberal della società inglese: invece che opprimere la fronda, costruisce per loro una riserva indiana così bella, un habitat talmente confacente, che gli indesiderati vi si chiuderanno di loro iniziativa, invece di andarsene in giro per il paese a rompere le scatole.

Ma Peter Popham che pensa che gli italiani sono troppo simpatici, l'ha mai presa la metro alle 8 di mattina?

E poi, ha mai fatto la fila dal fornaio alla vigilia di Natale? Ha mai visto Massimo D'Alema? Dove la vedrà tutta 'sta simpatia...

L'articolo di Popham per L'Independent in cui spiega che gli italiani (ma forse gli abitanti del mondo in generale) sarebbero perfetti se solo assomigliassero di più agli inglesi, lo trovate qui

Mentre la sintesi impermalita che ne ha fatto il Corsera è qui

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