Saturday, 3 September 2011

Le Mortificazioni della Carne








Queste sono alcune delle mie letture delle ultime settimane. Perché mi faccio del male, chiederete voi?
Una delle poche cose che ricordo con chiarezza del mio primo anno all’università è che diventai vegetariana. E così per qualche anno, fino a che una sera, intorno al mio ventiseiesimo compleanno, in un ristorante di Trastevere capitolai davanti ad un piatto di pasta alle vongole.
Sarebbe potuto rimanere un incidente isolato, ma all’epoca c’erano buone ragioni per reintegrare carne e pesce nella mia dieta; mangiavo fuori casa quasi tutta la settimana, e senza un minimo di organizzazione e tempo da dedicare alla cucina, l’alimentazione di una vegetariana under budget nella Roma di fine millennio facilmente scadeva in una routine fatta di tanti, troppi, tramezzini mozzarella e pomodoro.
A questo punto è bene che io chiarisca che i miei dubbi riguardo al mangiare carne non sono connessi alla possibilità che uccidere un animale sia in sé sbagliato. Piuttosto credo che allevarli e ucciderli crudelmente sia sbagliato. E, in più, penso che l’impatto sull’ambiente della zootecnia moderna sia lesivo ed ecologicamente insostenibile
Non intendo tirare in ballo questioni sulla ‘naturalità’ del mangiare carne, ho già avuto la mia fetta di interminabili discussioni con conoscenti e passanti occasionali a questo riguardo. Fino a che punto un’alimentazione carnivora sia iscritta nella nostra biologia, è più o meno irrilevante. Gran parte di ciò che chiamiamo etica è una negoziazione con i nostri istinti da una parte, e la tensione verso varie concezioni di ‘bene comune’ dall’altra, non vedo perché il cibo debba fare eccezione.
Ci sono però alcune considerazioni che mi impediscono di abbracciare una dieta vegetariana assoluta.
In primis, la coscienza del ruolo che occupa la carne, e il suo consumo, nelle culture umane. Negli anni del mio oltranzismo ho avuto spesso la sensazione di essermi persa delle cose. Un pranzo di Natale, ovunque sia, è un rituale codificato dove vengono serviti alimenti che spesso, se vai a vedere, vengono da una lunga, affascinante tradizione. Ho sempre avuto il dubbio che prendere parte, portandomi dietro il seitan da casa, non fosse mai del tutto prendere parte. Ha un bel dire Jonathan Safran Foer che ‘forse è il momento di ‘inventare nuove tradizioni’. Sarà la storica che è in me, ma io provo sempre un po’ di tristezza per le tradizioni, i saperi, che dimentichiamo.
Eppoi, viaggiare da vegetariani non è la stessa cosa. Perché viaggiare è buttarsi dentro un posto nuovo, provare cose sconosciute, assaggiare, ascoltare, guardare. Per carità, ci sono paesi dove da vegetariani si vive benissimo, anzi, si ha la sensazione di essere in perfetta armonia. Ma in altri, è quasi grottesco impersonare il ruolo della turista europea radical-chic che non può mangiare quasi niente della cucina locale.
Infine, c’è il problema dell’accettare l’altrui ospitalità senza mandare l’ospite nel panico. Mia madre, il cui orientamento pedagogico temo fosse largamente ispirato a quello del Capitano Von Trapp di ‘Tutti Insieme Appassionatamente’, non mancava mai di congedarmi con il seguente viatico ogni volta che ero invitata a casa di qualcuno:
1)     Mangia tutto quello che ti danno. Anche se non ti piace, anche se sei allergica, anche se un rapido esame organolettico sembrerebbe suggerire che il cibo in questione sia avariato o contaminato con polonio 210.
2)     Se devi fare una telefonata, lascia sempre accanto al telefono un contributo monetario corrispondente al probabile costo in bolletta sostenuto dal padrone di casa. Eccoti qui un contascatti portatile, una tabella tariffaria SIP aggiornata e un sacchetto di monete da duecento lire.
3)     Se rimani a dormire, al mattino rimuovi e piega tutte le lenzuola, coperte e federe dal letto. Lasciale sul materasso impilate e allineate lungo l’angolo destro inferiore del suddetto.

Avendo ricevuto una tale educazione, capirete che per me, dire a qualcuno ‘si vengo a cena ma sono vegetariana’ è un problema. Lo so che i tempi sono cambiati e il mio ospite non ha necessariamente sgozzato il suo più bel vitello in previsione del mio arrivo, ma tant’è.
Ma torniamo al dunque. Per anni ho evitato si interrogarmi sul problema e prendere alcuna decisione. Quello che doveva essere una breve pausa di riflessione sul vegetarianismo si è trasformato in un quasi decennio di beatitudine onnivora. Però, ora, vuoi le letture, vuoi che qui in Inghilterra, ultimamente, l’attenzione dei media sull’impatto ambientale e i risvolti etici della produzione di certi alimenti è notevole, dovrei essere un’eremita per rimanere ancora all’oscuro di cosa succede nella breve e tormentata vita di una gallina ovaiola.
Mesi fa, un po’ per caso, siamo diventati membri di una cooperativa agraria biologica che è qui ad un tiro di schioppo da casa. Per 10 sterline a settimana tutta la verdura che chiunque possa ragionevolmente volere in una vita, senza pesticidi, a filiera cortissima, chilometri zero.
E già ero lì che mi ingozzavo con le primizie di stagione, crogiolandomi nella beata certezza che non stavo contribuendo oltremodo al surriscaldamento del pianeta, che i vecchi dubbi hanno ricominciato ad assillarmi. Che senso ha mangiare zucchine a chilometri zero, continuando nel frattempo a comprare la carne al supermercato?
E allora ho smesso di nuovo, con più elasticità rispetto a prima, riservandomi piuttosto di optare per il consumo critico in occasione di feste comandate, viaggi in terre lontane e, appunto, inviti a cena da parte di carnivori inveterati.
E voi direte ‘vabbeh, hai deciso, perché ce la meni a noi?’. Giuro che non è mia intenzione fare del proselitismo, è solo che i miei dubbi continuano.
E’ meglio mangiare un pollo campese allevato a terra da un piccolo allevatore dietro casa tua, o mangiare tofu che con tutta probabilità a fatto il giro del mondo prima di arrivare al tuo supermercato di fiducia?
I due libri (di ricette) che sto leggendo ultimamente, Vegonomicon e Lucid Food mi danno un po’ da pensare. Entrambi partono da considerazioni che sono anche mie, animaliste da un lato, ‘glocal’ dall’altro. Ma sono tra loro in contraddizione. Mangiare a filiera corta implica, anche, il consumo responsabile di derivati animali, purché non importati e allevati secondo determinati criteri. Suona bene, ma io non posso andare a visitare uno per uno tutti i produttori locali di uova. Come consumatrice, posso scegliere fino ad un certo punto, dopodiché è un atto di fede.

Un approccio vegan sembrerebbe risolvere alla radice il problema di dare denaro alle industrie non etiche. Solo che per ricavare tutti gli elementi nutritivi che ti servono, qualsiasi ricettario vegan prescrive una lista infinita di alimenti che, oltre che cari, provengono da ogni parte del mondo: tofu, quinoa, miso, lievito nutrizionale eccetera eccetera.
Perché ho l’impressione il tutto si riduca come al solito a scegliere il male minore?


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