Friday, 14 October 2011

Senza titolo

Che io sappia, mai mia nonna è andata a comprarsi un libro per sé. Questo potrebbe indurre a pensare che lei non ami leggere o non lo consideri un passatempo utile. Credo che le cose non stiano proprio così. Penso invece che l’educazione l’abbia portata a ritenere che l’acquisto di un libro, se non è per la scuola, per soddisfare un’utilità pratica, sia una spesa un po’ voluttuaria, un lusso che si concilia poco con la frugalità delle sue abitudini.


Ogni tanto, negli anni, mi è capitato di prestarle un libro, magari un romanzo appena terminato che un istinto vago mi ha suggerito di darle. Mesi passano e vedo che il libro è ancora lì, nel posto in cui l’ha poggiato, quel canestro che alloggia da sempre sul mobiletto della singer; lo vedo e distrattamente immagino che non lo abbia ancora toccato. Quando poi glielo chiedo, mi sorprende ogni volta dicendomi che sì, l’ha già finito e che me lo posso riprendere. ‘Ti è piaciuto Nonna?’ ‘Sì sì' fa lei, con la distratta condiscendenza di un cardinale Borghese che passa in rassegna l’ennesimo Tiziano.

Anche questo mi stupisce ogni volta, come lei legga questi libri con acume e attenzione ma non mostri mai di accordargli più rispetto del dovuto. Mai un giudizio iperbolico, mai uno sdilinquimento stendhaliano. E di fronte a cotanta sobrietà, mi ritrovo a pensare cosa dicano invece, di me, certi smodati, facili, abbandoni.


Tanti anni fa per Natale, ho regalato a Nonna La Storia di Elsa Morante. Davo per scontato che se ci fosse in terra un romanzo capace di far detonare l’emozione in lei non poteva essere che quello, giacché gran parte delle esperienze descritte, il bombardamento di San Lorenzo, l’andare sfollati, la guerra in casa, sono le sue esperienze, il suo racconto. E quando mesi dopo le ho chiesto se l’aveva letto, a tutto ero preparata – che mi dicesse di no, che non riusciva a finirlo, che era troppo toccante, o che le era piaciuto moltissimo, che vi aveva ritrovato questo e quest’altro. Tutto mi aspettavo ma non quello che mi disse poi:
‘Eh…sì, bello…certo, si capiva che quel povero ragazzino andava a finir male’.


In realtà l’errore fu il mio, perché ingenuamente non sapevo che a confronto degli squassi che provoca la vita vissuta, a chi la agisce e la subisce senza mediazioni e protezione, anche la prosa più penetrante è un dagherrotipo, una suggestione pallida delle cose vere. Ma io avevo vissuto poco e letto tanto, forse troppo, provavo le emozioni surrogate dei libri come i gattini giocano alla caccia. E’ utile se propedeutico.

Tutto questo mi è venuto in mente ieri a casa sua, mentre mi riprendevo Accabadora, di Michela Murgia, uno di quei libri che le ho allungato come per caso anche se, a rifletterci bene un motivo c’è sempre. Oggi giorno non presto più un libro a mia nonna con l’intento inespresso di cavarne una risposta, ma come fosse parte di una conversazione. C’era nel libro di Murgia qualcosa che le volevo dire,a Nonna, senza sapere precisamente cosa e come dirglielo. Non lo so nemmeno ora, precisamente. Ecco, mi sa che avevo da dirle qualcosa che non so bene dire nemmeno a me stessa.

‘Ma ti è piaciuto?’

‘Sì sì’

‘Vuoi che te ne presto un altro?’

‘Eh! magari. Ma che non sia un libro scritto in maniera difficile’.

‘ Ma perché questo l’hai trovato difficile?’

‘No, questo andava bene’.


Penso al libro che le vorrei prestare, adesso che la vedo così smarrita, e non mi viene in mente. Forse non lo conosco. Vorrei che fosse un libro in cui le persone riemergono più forti dagli squassi che hanno subito, senza mediazioni e protezione. Vorrei un libro che facesse ridere delle piccole cose, e accennasse con discrezione a quelle grandi senza volerci rapinare del sentimento. Un libro che non vuole dire a noi altri cosa dobbiamo sentire, ma che consoli un po’, rispettandoci.

Lo cerco, questo libro magico, e non lo trovo.





  

Tuesday, 11 October 2011

Se come dice Patrizia Cavalli 'quasi sempre chi è contento è anche volgare' oggi, Signori, io sono elegantissima


Un sole leone sta palpeggiando Roma con il tocco del Re Mida, cieli di uno smarginato azzurro, se mi si passa il baglionismo.
Viste attraverso le lenti appannate del mio sguardo a lutto, però, le cose sembrano tradire un luccichio di patacca, non è tutto oro quello che. Proprio vero.

Guardo i romani e mi chiedo se costi fatica anche a loro il sorriso; tutto va come sempre, al bar va in scena la solita roboante commedia dell’arte, i romani ridono le loro risate sonore.
Al semaforo, una di quelle code che non passano più, accanto a me due ragazzoni dondolano la testa, cantano rapiti sotto l’incantesimo di non so quale musica. Così assorti sono nel momento che devo abbassare la radio e aprire il finestrino per sapere cos’è che ascoltano. Mi sa che sono i Negroamaro, penso, non senza un minimo di incredulità. Mi accorgo di essere, improvvisamente, felice per loro, sconosciuti compagni di coda, toccati da questa piccola grazia quotidiana e trasportati altrove. Mi allontano augurando loro futuri consolati da mille nuove canzoni.

Quanto a me, i soliti fidati rimedi non funzionano a dovere, neanche i caffè col giornale, neanche tagliarmi i capelli, neanche il buon vecchio gioco di cercare gemme in un libro nuovo.

Sono in comunione con tutte le cose che covano il silenzio in questa città rumorosa, con la falena che l’assolato giorno nuovo rivela morta sul selciato. Chissà quanti, tra coloro che passeranno oggi per Via dei Marrucini si accorgeranno di lei, chissà se in una giornata più serena l’avrei notata io.

Tutto passa, e questa è la punizione ed è anche il premio. Domani tornerà la compattezza, la distrazione, i giorni torneranno ad essere giorni come tutti gli altri. E questo consola. E questo ci deve bastare.

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