Monday, 31 December 2012

Non, je ne regrette rien





 
Lei è una poetessa americana di nome Dorianne Laux e questa è la mia traduzione non autorizzata di una sua bella poesia, che pubblico in calce anche in versione originale, anch'essa non autorizzata (SIAE nun te temo...)
Perché, appunto, è una bella poesia e perché secondo me ci sta bene in chiusura d'anno e, infine, perché ve la volevo regalare. Buon 2013, carissimi.



Antilamentazione


Non rimpiangere nulla. Non i romanzi crudeli

letti fino in fondo per scoprire chi ha ucciso il cuoco.

Non i film insipidi per i quali hai pianto al buio

a dispetto della tua intelligenza, del tuo discernimento.

Non l’amante lasciato a tremare nel parcheggio,quello

che hai battuto sul tempo, sull’uscita, o quello

che ha lasciato te nel tuo vestito rosso e le scarpe

che ti stringevano i piedi, quelle non le rimpiangere.

Non le notti passate a insultare Dio e maledire

tua madre, sprofondato nel divano come un cane,

a rosicchiarti le unghie, schiacciato dalla solitudine.

Eri fatto per respirare il fumo di quelle notti

davanti a una birra sgasata, spazzare avanzi di frittura

dal pavimento lercio di un ristorante, indossare il cappotto

liso coi suoi bottoni cadenti, in tasca fiammiferi bruciati.

Hai percorso queste strade mille volte ed ecco che ancora

ti ritrovi qui. Non rimpiangere tutto questo, non uno

di quei giorni sprecati a non voler sapere niente,

quando le luci delle giostre alla fiera

erano le uniche stelle a cui credevi, amandole

perché inutili, perché non cercavi salvezza.

Sei arrivato fin qui viaggiando in sella ad ogni tuo errore

hai cavalcato cupo d’occhi, tetro, ma calmo come una casa

quando al piano di sopra la luce del televisore d’improvviso

si spenge. Innocuo come un’ascia spezzata. Vuoto

di ogni aspettativa. Calmati. Non startene lì a ricordare

tutto questo. Fermiamoci, sotto l’insegna accesa qui

all’angolo, e guardiamo la gente che passa.

 

 


Qui l'originale:

Antilamentation

Regret nothing. Not the cruel novels you read
to the end just to find out who killed the cook.
Not the insipid movies that made you cry in the dark,
in spite of your intelligence, your sophistication.
Not the lover you left quivering in a hotel parking lot,
the one you beat to the punchline, the door, or the one
who left you in your red dress and shoes, the ones
that crimped your toes, don’t regret those.
Not the nights you called god names and cursed
your mother, sunk like a dog in the livingroom couch,
chewing your nails and crushed by loneliness.
You were meant to inhale those smoky nights
over a bottle of flat beer, to sweep stuck onion rings
across the dirty restaurant floor, to wear the frayed
coat with its loose buttons, its pockets full of struck matches.
You’ve walked those streets a thousand times and still
you end up here. Regret none of it, not one
of the wasted days you wanted to know nothing,
when the lights from the carnival rides
were the only stars you believed in, loving them
for their uselessness, not wanting to be saved.
You’ve traveled this far on the back of every mistake,
ridden in dark-eyed and morose but calm as a house
after the TV set has been pitched out the upstairs
window. Harmless as a broken ax. Emptied
of expectation. Relax. Don’t bother remembering
any of it. Let’s stop here, under the lit sign
on the corner, and watch all the people walk by.

Monday, 24 December 2012

Pace in terra alle Katie di buona volontà







Il Natale a Roma è proprio il massimo. E mica dico il massimo del Natale, no, è Roma che raggiunge in quest’occasione l’apice della romanità. 
Alla festa più importante dell’anno il romano risponde come risponde a tutti gli eventi calamitosi, mettendosi in macchina e buttandosi nell'unico grande ingorgo cittadino – per questo ciascuno di noi passa di fatto tutta la giornata della vigilia fermo col motore acceso sotto casa sua. Lo facciamo forse per essere tutti insieme nei momenti di grande significato collettivo, sentirci parte di qualcosa di più grande di noi, chissà. 

Nubifragi? Nevicate? Sbarco alieno? Il Natale? Il romano lo troverai al suo posto, in automobile che smadonna. 

Ogni tanto vedrai da una macchina ferma in coda scendere qualcuno, solitamente un passeggero ma non è raro che si tratti del conducente stesso, che entra in un negozio, ne esce con un pacchetto o una busta e poi risale. E così fino ad ora di cena. Ovviamente si tratta per l’appunto del negozio sotto casa sua, che avrebbe potuto comodamente raggiungere a piedi e magari, chessò, godersi una passeggiata, prendere un caffè, ma no, vuoi mettere la soddisfazione di stare tutti insieme? D'altronde lo dicono in tutte le pubblicità dei panettoni che la gioia del Natale è stare insieme.


Per questo non ha senso buttare soldi decorando le strade di ghirlande di luci, dal momento che l’uso simultaneo delle 4 frecce di tutti gli automobilisti romani basta da solo a scaldare il cuore. Per questo la colonna sonora del natale romano non è Jingle Bells o lo Schiaccianoci e nemmeno la più italica Tu Scendi dalle Stelle, non è il suono di campanellini e allegre zampogne. No, esso è una sinfonia ambientale composta da un ensemble di strumenti: 

- Motori accesi e colpi di clacson ovviamente, giacché il romano che un po’ in ritardo sugli altri intende prendere l’auto per unirsi a noi, non trovando modo di uscire dal parcheggio perché la strada è tutta bloccata, ha bisogno giustamente di sfogare il proprio disappunto e segnalare così ai suoi concittadini “ci sono anche ioooo!”.

- Antifurti, probabilmente quelli delle case lasciate vuote dai cittadini romani saccheggiate da ladri non romani venuti apposta in città per l’occasione.

- Dalle auto, le voci di milioni di romani che al cellulare gridano tutte “Ma Katia porta la 44 o la 46? Eh? Boh io j’ho preso 'a 46, era l’unica rimasta...tanto poi ‘a cambia”.

Io a Natale, nel segreto del mio cuore, amo rivolgere un pensiero a tutte le Katie là fuori, Katie di ogni forma e dimensione che il 27 di Dicembre vorranno cambiare collettivamente i loro indumenti taglia 46 e non potranno, perché gli unici a tornare in negozio quando cominceranno le restituzioni saranno, appunto, altrettante taglie 46.


Buon Natale a tutti, romani e non, ma soprattutto alle Katie!!

Wednesday, 12 December 2012

La fine dell'altro mondo non arriva mai troppo presto (lettura digerita che se la fanno sul Guardian la posso fare pure io)

 
 
“Che pena tornare in questa città di morti” Pensò Ludovico Roncalli accendendosi un’altra sigaretta.* Forse perché Genova si apprestava ad ospitare il G8, forse perché il cielo era una diafana bolla di sperma prossima allo scoppio, forse perché poco dopo venne a piovere e ciò rese insopportabile, per il lettore, il ricordo della similitudine usata poc’anzi. Forse perché quella sera era atteso a cena dai suoi genitori, e non è forse vero che l’inferno sono gli altri?
Che pena essere figli di genitori benestanti e affermati, la cui borghese mostruosità si palesa tutta nel loro insopportabile: 1) essere felici 2) essere felici e apprezzare Don De Lillo 3) essere felici e servire una pasta scotta. Le famiglie infelici lo sono ciascuna tolstoianamente a modo suo, proprio vero, e talune lo sono per motivi che non capisci nemmeno alla fine del romanzo.
Ludovico si accese un’altra sigaretta e, trattenendo un conato, buttò le cenere sul parquet del confortevole appartamento compratogli dai suoi genitori. Rifletté a lungo sulla sua vita. Non poteva fare a meno di chiedersi perché, dal momento che il suo mondo era popolato di persone mediocri, esse si ostinassero tutte ad essere più realizzate, interessanti e simpatiche di lui. Per fortuna suonarono alla porta, era Umberta, la sorella di Ludovico fatta ad immagine e somiglianza di Ludovico ma inspiegabilmente bella, nonostante somigliasse a Ludovico.
 
- Ciao Ludo, mi sei tanto mancato mentre eri a Parigi! Voglio vedere l’ultimo film di Muccino, sono certa che in esso riuscirò ad intravedere un’elaborazione del tema psicanalitico dell’incesto fratricida, mi ci porti?
 
- Smettila di incalzarmi con quest’ossessione incestuosa Umba, tutta Genova ne parla. – La sgridò Ludovico, accendendosi una sigaretta.
 
- Se non mi ci porti ti tormenterò descrivendoti nel dettaglio le scorribande erotiche per mezzo delle quali sublimo la mia libidine adelfica repressa.
 
‘Va bene andiamo’, si arrese Ludovico accendendosi una sigaretta.
 
 
...
 
Ludovico fumò altre sigarette, bevve gin e pensò lungamente a tutte le cose e le persone che odiava. Infine giunse l’ora di recarsi all’università per tenere il suo consueto seminario mensile. “Ma prima parlerò col mio relatore, lo annoierò con una lunga disamina sulle varianti testuali contenute in due differenti edizioni del testo postumo di Cyrano de Bergerac. Mi farò beffe del provincialismo e dei buffi intercalari del Professore, poi annoierò tutti gli altri con la mia lettura psicanalitica dei testi arcadici”.
 
“Io ci vedo una chiara elaborazione del tema dell’incesto fratricida” Intervenne Umberta, alla fine del seminario. Applausi in sala.
 
...
 
“La tua ex-compagna di classe è diventata una punkabbestia, sembra infelice e smarrita.
Non mi stupirei se, dal momento che siamo a Genova e tra pochi giorni c’è il G8, Katia dovesse fare una brutta fine”
 
“Marta, ma che dici, tu in questo libro sei la fidanzata giovane, bella e scema, un dispositivo narrativo che permette all’autore di punteggiare la trama con scene di sesso sudiciotto. Non puoi dire cose intelligenti, mi fai fare brutta figura! Non lo sai che in ogni dialogo devo sembrare io il più intelligente di tutti? Mi trovo quindi costretto a confutare la tua affermazione, anche se stavo appunto abbandonandomi ad un’amara rêverie sul tempo che passa, osservando il modo in cui gli anni e le droghe hanno infierito sul volto un tempo intonso di Katia”
 
“Intonso? Intendi dire che prima non si faceva la barba?”
 
“Eh? No, usavo il termine in modo sciatto e inaccurato senza badare alla sua etimologia. Probabilmente, ma non posso esserne certo perché spesso l’autore mi impone di usare parole che non capisco, intendevo dire che il viso di Katia al liceo era intatto e senza acne”
 
“Penso che aiuteresti non poco il lettore a sospendere l’incredulità e convincersi che sei un fine studioso se non usassi aggettivi a sproposito”
 
“E tu aiuteresti me, se la smettessi di pronunciare le uniche parole di buon senso di tutto il romanzo. Marta, non hai letto la circolare? Tu sei bella e scema, hai capito? E ricca. Per favore concentrati, non riesco a sodomizzarti se continui a parlare”
 
“Non riesci a sodomizzarmi perché quando ci provi pensi a tua sorella. Che poi non si capisce perché la tua ossessione incestuosa per Umberta ti sia d’impaccio nella pratica del sesso anale ma non in tutte le altre modalità performative della copula”
 
“Ci sono tante cose incomprensibili in questo romanzo Marta, lo capirebbe anche una scema come te”
 
“E già. Ludovico, scusa, mi è venuto un dubbio”
 
“Dimmi Martina cara”
 
“Ma se io sono una ventenne bella e ricca, perché vengo a letto con te che sei pelato, alcolizzato, insopportabilmente saccente e usi parole come anfanante?”
 
“A dire la verità, non so dirtelo. Tutte le donne di questa storia sono state ad un certo punto della loro vita ventenni, belle, ricche e hanno voluto fare sesso con me. Pure mia madre”
 
“Certo che questa cosa della sospensione dell’incredulità è proprio una faticaccia”
 
“Marta adorata, verrà un giorno in cui la società Dante Alighieri lancerà una campagna nazionale, essa si chiamerà Adotta una parola, i partecipanti si impegneranno a scegliere alcuni dei lemmi più desueti del nostro ricco idioma, ingegnandosi poi ad utilizzarli ogni volta che è possibile. Quel giorno noi diverremo personaggi di un romanzo, io userò aggettivi come ‘ligustico’ anche se il correttore automatico di Word non li riconosce, disprezzerò le femmine e tu mi amerai”
 
“Accidenti, non scherzavi quando dicevi che sono scema”.
 
 
 
 
 
*Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo, Minimum Fax, Maggio 2012.
 

Thursday, 22 November 2012

La Marinière: 'Na cosa di Righe



 
 
 
Adesso va di moda vestirsi a righe. Maglioni a righe, calzini, magliette a righe, calze a righe. La gente ha preso a fare foto con Instagram dei propri abiti a righe e condividerli sui social network. Spesso sono foto di gruppo in cui ciascuno posa con indosso qualcosa a righe. L’effetto complessivo è quello di una sinfonia di righe, una pletora di righe. Pletora, che bella parola. Come Carlinga.
 
Anche io ho diverse foto di questo tipo, perché anche io amo le righe. E amo la gente che ama le righe. E la gente che ama le righe mi ama. Per questo motivo capita non di rado che ci si veda per un caffè, o a una festa, e molti di noi si indossi qualcosa a righe.
 
Io amo le variazioni di bianco e nero, o di grigio e nero. Ma ammiro e riverisco quelli spiriti liberi che osano, sfoggiando righe di colori brillanti, arcobaleni di righe, righe in technicolor.
 
Sono succube delle mode? Mi piace pensare che questa sia un fortunato transito del gusto, in cui i capricci dei marchi di abbigliamento sono giunti per una volta a nobilitare una mia naturale predilezione.
Non è che se domani le passerelle degli stilisti si riempiono di roba a pallini io comincio a vestirmi a pallini, eh. Ci mancherebbe, anzi chiamiamoli Pois, o Puà, o Puah, che è più accurato. Io la odio la roba a puah. Per chi mi avete preso.
 
Le malelingue potrebbero obbiettare che questo è perché sono una radical-chic di merda. Che io e i miei amici quando ci riuniamo da Giufà combinati come tanti cosplayer ad una convention dell’ape Magà non siamo altro che il più trito stereotipo. Per forza poi ci mettiamo gli occhiali con la montatura nera e chiamiamo i nostri figli, chessò, Parsifal.
 
Ora, solo perché io e i miei amici siamo a vario titolo trentenni, variamente impiegati in settori creativi, variamente residenti a Roma in zona SanLorenzo/Pigneto, solo perché ci siamo laureati in Studi Orientali e beviamo Amaro del Capo, non è che si può fare di tutta l’erba un fascio, giusto? E solo perché guarda caso ci piacciono le righe. Per dire, a me piacciono anche i quadretti.
Non è che piacciano a tutti, i quadretti.
 
C’è tanta gente piena d’odio là fuori. Pronta a sputare veleno su me ed i miei amici per via dei nostri maglioni a righe. Io li odio quelli così.
 
Sappiano, questi censori, questi sputasentenze, che a me da piccola mi vestivano sempre a righe. Non c’è foto della mia infanzia in cui io non sia ritratta con indosso qualcosa a righe. Pagliaccetto a righe, maglioncini a righe, berretti di lana a righe.
È chiaro quindi che, quando indosso la mia Breton oggi, sto rivivendo tutta una serie di cose profonde e radicate nel mio inconscio che forse proprio questa riappropriazione fatta ora nell’età adulta mi sta permettendo di superare. Come al solito giudicate senza capire, superficiali.
 
Le righe portano seco un loro particolare messaggio. Dicono “Vorrei essere Jean Seberg”. Dicono “I’m a Mac”
“Ho un’ossessione per i font tipografici e il decorporno”.
Dicono “Mangio solo Ramen”.
“Ho fatto la Montessori
Dicono “Pensate che io mi creda originale? So bene di non essere originale ma non mi importa di passare per uno che si sforza di essere originale e in questo sta la mia originalità”.
Dicono “Lo so che quando mi vedete così, in bicicletta, con la maglietta a righe e le cuffione nelle orecchie vorreste spaccarmi la faccia, aprire lo sportello dell’auto e uccidermi. Ma non lo fate. Ah! Non servirebbe a niente. Ce ne sono altri pronti a prendere il mio posto, il mio nome è legione”.
 
 
Tutto questo per dire.
Per dire che?
 
Mi piacciono le righe e non mi vergogno, no no, non mi vergogno.
 
Mh.

Monday, 19 November 2012

I Racconti del Terroir: cucina tipica, recensione tipica (ma solo su Tripadvisor)







Un pranzo da sogno in questa gemma sui monti!


Io e la mia signora siamo approdati in questa meravigliosa osteria tipica in un assolato ma frizzante sabato di Novembre. La località di Salcazzo vale senz’altro una visita, arroccata come un presepe in uno dei nostri più scenografici paesaggi montani. Peccato solo che la vicina attività estrattiva, quelle cave di Amianto che costituiscono da tempo immemore la principale risorsa economica della la fiera e schietta gente del luogo, è un tantino rumorosa e fa talora sì che le vie e le piazze siano percorse da quelle che possono sembrare scosse di terremoto. Ciò ha spaventato un poco la mia signora, dal momento che essendo il nostro anniversario (vent’anni! Ah, vent'anni d’amore...ma divago) insomma dicevo, in occasione del nostro anniversario ella sfoggiava una graziosa décolleté col tacco 10 cm, ricevuto in dono da me medesimo, e si è quindi parecchio spaventata quando si è ritrovata a traballare pericolosamente durante la nostra visita al Monumento al Cavatore, che domina la vallata e il corso tumultuoso del vicino fiume Secchia.

Salcazzo, ovviamente, è ben nota ai gourmet di tutto il mondo per la sua produzione tipica, la Milza Spappolata IGP. La Sagra della Milza Spappolata di Salcazzo si tiene di solito nel mese d’Agosto e io e la mia signora ci ripromettiamo senz’altro di tornare, nel frattempo abbiamo colto l’occasione di fare scorta acquistandone grandi quantità in una delle tante botteghine del paese.
Dopo un idilliaco giro in macchina su per i monti nonostante il tempo cattivo e il manto stradale danneggiato della recente alluvione, siamo arrivati nella bella piazza principale di Salcazzo a ora di pranzo, titillati e di buon appetito.

L’Osteria di Prudenzio è proprio lì di fronte alla chiesa, punto di riferimento irrinunciabile per i locali e per i turisti in egual misura. Se, come noi, doveste arrivare fuori stagione e il ristorante dovesse a prima vista sembrarvi chiuso, non esitate a bussare. Prudenzio vi accoglierà con un sorriso e sfoggiando grande cordialità vi apparecchierà il tavolo che preferite. Si cambierà anche d’abito per venire a servirvi, dismettendo all’istante il curioso pigiama che costituisce la sua mise di pre-servizio, credo.

La mia consorte era d’umore festaiolo e un luccichio malizioso le accendeva lo sguardo, per cui abbiamo subito ordinato il vino, scegliendo un rosso della casa nell’ampia scelta della cantina di Prudenzio. Esso è arrivato in una bella caraffa schiumante, e Prudenzio si è dimostrato un fine conoscitore, raccontandoci con dovizia di particolari le tradizioni vitinvinicole della zona, poco note in quest’area bonificata di recente.


Un rosso così corposo e asciutto ci ha subito stimolato una voglia di cacciagione e con l’acquolina in bocca abbiamo ordinato dal menù degustazione che è il vanto di Prudenzio e della sua osteria. Tutto era squisito, la gestione orgogliosamente familiare di Prudenzio guarda con coraggio alle avanguardie culinarie del momento mantenendo i piedi ben piantati nei luoghi della tradizione. 
Da non perdere gli antipasti misti, con l’immancabile milza spappolata, qui servita su crostini caldi e in forma di delizioso flan. Ma non da meno sono le pietanze meno conosciute quali la verza lardellata, la polenta lardellata, e la squisita parmigiana di lardelli.
In cucina abbiamo l’anziana madre di Prudenzio, la Signora Tina, ed è bello immaginarsela a confezionare questi manicaretti che una tradizione plurisecolare le ha trasmesso direttamente dalla madre e chissà, forse dalla nonna.


A seguire, la pasta fatta in casa dalla Signora Tina, che Prudenzio ci ha confermato essere una tradizione del luogo, gli stronzoli raffermi, ottenuti impastando farina di castagne, latte di capra e caolino. Il tutto condito con un sostanzioso ragù di lepre. L’unico neo, in questo caso, sono stati i tempi di attesa, forse eccessivi per un sugo. Noi sposi innamorati abbiamo speso in serenità quest’ora di spensieratezza, rievocando i nostri lunghi anni d’amore, solo l’improvviso rumore di spari ha per un momento turbato il nostro sensuale tête-à-tête. Quando è arrivato il nostro primo esso era senz’altro all’altezza della sua reputazione, basta solo stare attenti a non ingerire per sbaglio i pallini da caccia. Mangiare a chilometri zero, d’altronde, mi ha mormorato maliarda la mia sposa, richiede flessibilità e un godimento per l’approccio schietto e no nonsense dei produttori locali. 


Per finire, i dolci tradizionali dell’umile cucina contadina i cui semplici sapori sono troppo spesso sottovalutati dai patiti della Haute pâtisserie. Cosa c’è di meglio che accompagnare ad un buon caffè i mostaccioli di ghiande, e il dolce tipico delle feste qui a Salcazzo, la torta Mattonazza, che ricorda un po’ il più comune e ormai inflazionato buccellato, ma rinnovato e reso più stuzzicante dall’aggiunta di bucce di pistacchio e sassolini di fiume. Purtroppo Prudenzio non ha potuto servirci il caffè, dal momento che l’alluvione ha interrotto le consegne dei suoi rifornitori, ma da abile e consumato Maitre D qual è, egli ha fatto di necessità virtù, servendoci una selezione di decotti e liquori di produzione propria. Io e la mia signora siamo ora convertiti e, ritenendo che nessun pasto possa ora ritenersi completo senza un bicchierino di Filu Spinatu fatto in casa dal padre di Prudenzio, ex minatore oramai in pensione, abbiamo acquistato una bottiglia del prezioso distillato da portare a casa con noi.


Pagato il conto, quanto mai equilibrato dal momento che si sa, la qualità costa e 250 euro non sono nulla in confronto alle sensazioni che Prudenzio ha saputo regalarci, abbiamo dovuto lasciare questo scampolo di paradiso, carichi di ricordi e deliziosi souvenir che consumeremo a casa, quando ci prende la nostalgia. Io e la mia graziosa metà ve lo consigliamo caldamente!

Saturday, 10 November 2012

Appunti per un Fantasy-Farmacologico





http://fantasy.blogosfere.it/2012/03/john-carter-di-marte-i-romanzi-da-cui-e-tratto-il-film-di-andrew-stanton-tornano-in-libreria.html
 
 
 
Jack Browne, un ufficiale dell’esercito nordista durante la Guerra di Secessione Americana, all’indomani della battaglia di Chancellorsville viene inseguito da un battaglione di confederati e si rifugia in una caverna, esausto e ferito. La caverna è però infestata da una specie mai vista di voraci scorpioni. Il nostro eroe cerca di difendersi tutta la notte tenendoli a bada con una torcia fiammeggiante, ma infine crolla sfinito e viene morso dalle bizzarre creature, che sono in realtà una specie aliena arrivata qui da una misteriosa galassia parallela. Il veleno comincia a fare effetto, Jack sprofonda in un incubo angoscioso e viene trasportato sul pianeta Xanax®.
 
Qui viene catturato da una razza mostruosa di giganti a sei zampe chiamati Saridon® che rimangono stupiti della sua grande forza e agilità, in buona parte dovuta alla minore forza di gravità esistente sul pianeta. Ben presto, avuta la meglio su un gran numero di questi esseri, Jack Browne diventa uno dei capi dei Saridon®, della tribù di Zerinol®, rimanendo comunque loro prigioniero e assume il nuovo nome di Voltaren®.




Poco dopo il suo arrivo i Saridon® prendono prigioniera anche una donna, appartenente alla civiltà nemica dei Naprocet®, altri indigeni del pianeta Xanax® ma più simili agli umani; si tratta della principessa della città Hibizene®, la bellissima Octilia®. Durante la loro cattività i due si innamorano perdutamente. Gli amanti riescono infine a scappare dalla prigionia ma sono costretti a dividersi. Octilia® viene rapita dalle guardie di Zovirax® sudditi dell’Oscuro Signore, Lord Maalox®, e nemici storici dei cittadini illuminati e pacifici di Hibizene®. Voltaren®, viene anche lui catturato da un'orda di indigeni dai costumi barbarici e molto primitivi, i Triatop®. Voltaren® riesce a infine a scappare dalle segrete fingendosi morto, dopo una lotta all'ultimo sangue nell'arena sotterranea abitata da una creatura primordiale e temibile: il mostro Fluimucil®. Da qui Voltaren® raggiunge in gran fretta Zovirax® la nera e turrita città di Lord Maalox® dove è tenuta prigioniera la sua principessa.

In questa città Voltaren® organizza con un uomo di Hibizene® fedele alla principessa, conosciuto nelle prigioni dei Triatop, un attentato per uccidere Lord Maalox®. L'attentato non riesce ma in seguito Jack/Voltaren® riuscirà a liberare la principessa con il favore di un'inedita alleanza con i Saridon®, di cui era stato prigioniero.

Voltaren® e la Principessa Octilia® si sposeranno e regneranno per dieci anni insieme, fino al giorno in cui le perfide sorelle di Octilia®, Borocillina® ed Eparema® non stringeranno alleanza con Lord Maalox, e insieme raduneranno un poderoso esercito di soldati mercenari che porranno il loro assedio fin sotto le mura di cristallo della città di Hibizene®.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
*Sarei quasi tentata di farvelo indovinare, ma la trama di fondo è liberamente pasticciata dal capostipite del genere Sotto le lune di Marte, di Edgar Rice Burroughs. Ma tanto, letto uno letti tutti.


 

Wednesday, 31 October 2012

Del non voler scrivere: perchè è stato già detto tutto tranne le scuse


 

Del non voler scrivere:
 
 
- Perché siamo un popolo di scrittori, abbiamo tutti un romanzo nel cassetto ma i libri non li legge più nessuno.
 
- Perché dopo Foster Wallace/James Joyce/Gaio Petronio Arbitro/ Autore che dopo di lui il diluvio a scelta, non è rimasto più niente da scrivere, è stato già detto tutto.
 
- Perché scrivere non dovrebbe essere un lavoro ed è più dignitoso zappare la terra, allora nel dubbio meglio non scrivere (e non zappare nemmeno la terra).
 
....continua a leggere QUA!
 
 

 

 

 

 

Wednesday, 24 October 2012

Troppa Grazia – Il protagonista del nuovo romanzo di Christian Raimo scrive a Natalia Aspesi






Chi le scrive è un trentatreenne, ricercatore, che vive e lavora a Roma e sta attraversando un periodo difficile della propria vita. I fondi per la mia ricerca sulla stabilizzazione delle fiamme turbolente (“èh??” dirà giustamente lei, e pure io) si sono prosciugati, e pur di continuare sono costretto a passare le mie giornate formattando su word tutte le e-mail del barone della facoltà di Fisica da cui dipendo e a fare le pulizie a casa di signore divorziate.
 
Diciamo che mi sono anche un po’ isolato dai miei affetti, vuoi perché la mia famiglia è in diaspora, vuoi perché due anni fa mi sono convertito al cattolicesimo e ho preso l’abitudine di recitare ad alta voce brani dalla lettera di San Paolo ai Romani, insomma, ho un po’ perso di vista gli amici. Unico mio contatto superstite col secolo, un operaio polacco in perenne fuga dalla giustizia con cui ho instaurato una bella intimità: io lo accompagno al pronto soccorso in piena notte quando si fa male o gli ricarico le schede telefoniche e lui mi insulta.
 
 
Mesi fa incontro lei, Fiora, medico oculista al policlinico Umberto I di Roma, e ne rimango come folgorato...
 
 
Leggi il resto QUA!

Thursday, 4 October 2012

Ansia da Prestazione - una procrastinatrice, un aguzzino e un annuncio









- Dico, ti rendi conto che saranno più di dieci giorni che ti hanno aperto il blog su Linkiesta.it e tu non ci hai ancora postato niente?

-  ...

- Ignorarmi non ti aiuterà, e metti giù le mani dalla bottiglia del prosecco. Ti ricordo che sono una voce dentro la tua testa, non è che se bevi me ne vado.


- Ah! Questo lo so, anzi, se bevo sei ancora più insopportabile. La mia mente obnubilata comincia a farti parlare, chessò, con accento friulano o a darti la voce della mia professoressa del ginnasio. Comunque, non sto procrastinando, sto pensando. C’è una bella differenza.


- Lo chiami così passare il tempo a fissare quell’ampio riquadro vuoto lì dove dovrebbe esserci il tuo primo post e darti gli schiaffetti da sola?


-Pensavo che qualsiasi mia iniziativa auto-flagellatoria ti avrebbe trovato favorevole al 100%


- A me piace quando ti flagel...ahem, quando prendi coscienza dei tuoi limiti dopo aver fatto una minchiata, mica prima. Sennò, il tuo flagellarti è solo l’alibi dell’inazione e del sabotaggio.


- Sabotaggio!  Mi fai morire quando usi quel linguaggio da seduta di counselling motivazionale. Ma possibile che l’unico aguzzino interiore con la fissa della terapia cognitivo-comportamentale dovesse toccare a me?


- Insomma, invece di farti beffe del mio approccio metodologico, mi spieghi cos’è che ti trattiene?

- ...  [mormorio inudibile]

- Eh? Non ho sentito niente


- Sto aspettando che mi venga in mente un signor post, un super-post, il post dei post, il post piglia-tutto, the post to end all posts, insomma hai capito che voglio dire?


- Sì, ho capito che qui possiamo anche chiudere bottega. E nell'attesa continui ad aggiornare il blog di sempre, ma che senso ha?


- Ma non lo vedi? Questa è la cameretta mia, ci sta il mio header che ho rubato a qualcuno su Google Images, ci stanno i miei colori preferiti, il mio blogroll con il nome di tutti  coloro che ho fatto oggetto di quotidiano infaticabile stalking. Ci stanno tutte le mie cosucce, i miei dialoghi con te, le mie elucubrazioni oziose, le mie velleitarie rêverie, le mie spocchiose invettive, le discese ardite e le risalite...Vedi, io qui scrivevo tranquilla, perché stavo a casa mia, e se uno non mi voleva leggere non ci veniva proprio. Invece là...


- Invece là se non ti vogliono leggere non ti leggono uguale


- Spiritoso. Invece là, chi mi conosce? Nessuno! E se qualcuno ci capita per caso, mi legge e poi dice certo, questi de Linkiesta stanno proprio inguaiati? È una responsabilità


- Ti devo confessare una cosa


- Cosa?


- Siccome non prendevi iniziative, questo post che hai appena scritto per metterlo qua, io l’ho messo pure di là


- CHECCOSA?? Ma sei impazzito? E poi come hai fatto scusa? Sei una voce nella mia testa e checcacchio, che hai fatto sei entrato nel Matrix? Non ha senso!


- Basterà dire che ho i miei metodi...uno dei tanti trucchetti che ho imparato negli anni per aggirare le tue sciocche resistenze fancazziste


- Oddio...Ma questo non è il post dei post. Questo non va bene! Cancella, anzi spegni tutto, Ctrl+Alt+Delete, Ctrl+Alt+Delete...cazz...


- Saluta, fai ciao con la manina che ci stanno guardando


- Dici? Secondo me non c’è mica nessuno...


- E sorridi, per la miseria

- Uhm...Benvenuti!









* Cari e care, per un po' continuerò a inserire i nuovi contenuti su entrambi i blog, in attesa di chiarirmi se ha senso tenerne due o meno. Intanto, il mio blog su Linkiesta. it lo trovate qui:

http://www.linkiesta.it/blogs/brain-drained

Venitemi a trovare, che lì non conosco nessuno e finisce che rimango tutta la sera a fare la timida e a riempirmi la faccia di tartine.
A chi mi segue su Facebook continueranno ad arrivare notifiche e i link di tutti i nuovi post, quale che sia la loro location. Si lo so che non ci state capendo niente...sapeste io!

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