Tuesday, 17 January 2012

The Iron Lady - Un film su Margaret Thatcher (parlandone da morta)



Il film dove ti aspetti magari di trovare potenti intuizioni sulla parabola politica di uno dei più controversi leader politici del dopoguerra e invece ci trovi il calvario di una povera vecchietta.


Mancano solo i cuccioli di foca presi a mazzate.

6 comments:

stealthisnick said...

ma...non è morta...
visto che sei inglese, mi sa che mi è sfuggita l'ironia...

LAV / gigionaz said...

Bruja maldita. Lei e quell'altro cowboy del Ronnie.

Tranchant, convinto. ;)

Flavia said...

@STN:

Si, era da intendersi in senso ironico ;-)

@LAV:
Lo vedi che il tranchant quando ce vo' ce vo'??

Saverio Luzzi said...

Politicamente scorrettissssssssssima!!! :)

Flavia said...

Ma per forza!

Come direbbe Claudio, questo film è una rapina a mano armata del sentimento...

Saverio Luzzi said...

Da http://espresso.repubblica.it/dettaglio/questa-thatcher-e-troppo-umana/2173383

Questa Thatcher è troppo umana
di Roberto Escobar

Nel film sulla lady di ferro prevalgono le note intimiste, il rapporto col padre, i sensi di colpa verso il marito. E non emerge la durezza con cui la premier inglese distrusse lo stato sociale e impose un liberismo senza regole che paghiamo ancora oggi.


C'è più d'un modo di guardare "The Iron Lady" (Gran Bretagna e Francia, 2011, 105'). Il primo, e il più gratificante, è lasciarsi andare alla bravura di Meryl Streep. La sua Margaret Thatcher non è solo la "signora di ferro" che ha governato la gran Bretagna per una dozzina d'anni, dal 1979 al 1990. E' anche una donna fragile, almeno nelle relazioni private. Ormai lontana dal numero 10 di Downing Street, rivive il passato attraverso un'angoscia segnata da vuoti di memoria. I suoi interlocutori ora non sono i potenti della Terra, ma gli uomini e le donne che la accudiscono e la proteggono, anche da lei stessa.

E poi ci sono al suo fianco due fantasmi. Il primo, allucinatorio, è quello di Denis (Jim Broadbent), il marito morto. L'altro, ben più lontano nel ricordo, è quello del padre, Alfred Roberts (Iain Glen). Piccolo borghese e ferocemente conservatore, Alfred le ha trasmesso, anzi le ha imposto una durezza psicologica e una cocciutaggine ideologica che l'hanno portata al successo politico, ma che ora - ormai vecchia - la condannano a un doloroso senso di colpa nei confronti del marito e dei figli. Di tutto questo, appunto, la Streep ci dà conto sul suo viso e nel suo corpo stanco.

Ma il film può anche esser visto come un tentativo di leggere le scelte politiche della Thatcher alla luce della sua storia di vita. E qui la narrazione di "The Iron Lady" si ferma alle intenzioni, buone o cattive che siano. Non basta sapere che il padre pretendesse da lei un successo che egli stesso non aveva avuto, né che la impegnasse a dimostraglielo sia negli studi sia in politica ("Non mi deludere", le dice quando è ammessa all'università di Oxford). Per dare senso biografico alla sua durezza distruttiva nei confronti dello Stato sociale britannico sarebbe occorsa una sottigliezza di scrittura che la sceneggiatrice Aby Morgan non ha, e che la regia di Phyllida Lloyd non riesce a compensare.

E infine all'una e all'altra, alla Morgan e alla Lloyd, si potrebbe chiedere un giudizio, non importa se positivo o negativo, sulla statista Thatcher, sul suo liberismo senza regole e senza solidarietà, sul suo attacco ai sindacati, sulla sua politica interna e sulla sua politica estera, dal boicottaggio dell'Unione europea alla guerra nelle Falklands/Malvinas. Ma su questo giudizio "The Iron Lady" si astiene. E a noi non resta che riandare con la memoria a quello esplicito, generoso e talvolta geniale del cinema di Ken Loach: di parte, certo, ma forse non della parte sbagliata.

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