Tuesday, 3 April 2012

Romanzo di una Strage?





Davvero il film di Marco Tullio Giordana è il romanzo di una strage?

Per me, nella sua definizione minima il romanzo è una modalità della conoscenza che mi fa vedere eventi - realmente accaduti o fittizi, non importa - in maniera centrifuga, dall’interno all’esterno, quale che sia la soggettività (o le tante soggettività) che ne costituiscono il nucleo, l’Io percepente.

Allora diciamo che per certi versi il film è quasi più l’affresco di una strage, una pittura d’insieme, e questo sia perché i personaggi sono così tanti che talvolta sono poco più che maschere, archetipi ai quali le necessità di una narrazione su scala vasta impongono di esistere entro un certo schematismo, ma anche perché è tutto visivo il reale ‘romanzo’ del film. Sono la fisicità degli attori e la fotografia che permettono di intravedere un punto di vista, un’emozione, una tesi. La scena dell’esplosione alla banca è di grandissimo impatto, e così anche il modo in cui sono raffigurati certi luoghi simbolici del potere: il tribunale, la banca stessa, il ministero. Una Milano e una Roma di ‘Padri’ che, minacciati, fanno la voce grossa, si nascondono dietro l’imponenza dei palazzi e gli arcana imperii.


Però, da un certo punto di vista il film è anche il Bignami di una strage. È scolastico, didascalico, in un modo che forse gli studenti di un liceo odierno o il pubblico non italiano apprezzeranno ma che rischia di annoiare chi con le vicende narrate ha un rapporto più personale o si è sentito spinto in questi decenni a indagarle (ammetto di essermi annoiata io stessa). Il primo film di Marco Tullio Giordana che io abbia mai visto è stato Pasolini, un delitto italiano ed ero per l’appunto al liceo. Mi piacque e mi turbò moltissimo, e non poteva essere altrimenti. Era un racconto, forse un po’ scolastico anche quello ma era anche una contro-storia, era una tesi, e quello era il periodo in cui il mio amore per la storia come disciplina nasceva e mi plasmava.



Potrei andare avanti per ore a dire di come la tesi e il romanzo, la storia e le storie siano gli amori della mia vita, e come nella mia testa il confine tra questi due modi di guardare ai fatti sia parecchio osmotico, ma sarebbe, questo si, davvero centrifugo rispetto all’oggetto del post, tiremm’innanzi.



Una ricostruzione che non voglia o non riesca a farmi accedere ad un punto di vista - dei protagonisti o dell’ autore, non importa – mi lascia perplessa. Non c’è ricostruzione, per me, senza interpretazione. Faccio un esempio: i personaggi del film sono, quelli si, un’interpretazione. Era così Luigi Calabresi, pieno di dubbi, preoccupato di non fare dell’esercizio del suo mestiere un abuso all’umanità altrui? Era così Giuseppe Pinelli, un anarchico-padre, ottocentesco, inquieto davanti alle derive più nichiliste della contestazione? Non lo sappiamo, ma è bene che Giordana si prenda la responsabilità di decidere in un senso o in un altro, di proporre una sua idea e sta magari a chi li conosceva dire se non era affatto così. Gli attori, Valerio Mastrandrea e Pier Francesco Favino, offrono rappresentazioni credibili di questi due uomini così come vuole raccontarli Giordana ma la tirannia dell’economia narrativa offre poche occasioni per fargli dire qualcosa di anche solo vagamente pregnante.

Giordana vuole farci sapere che i due si studiano l’un l’altro e poi si rispettano, quasi, ciascuno dal proprio lato della barricata. Ma i dialoghi tra loro, come quello in libreria in cui si regalano addirittura un libro a vicenda sono, dispiace dirlo, banali. Lo sono spesso, banali, i dialoghi in questo film, perché ciascun personaggio si deve presentare, qualificare, per permettere allo spettatore di capire chi è, e questo rende molti scambi penosamente inverosimili.

Calabresi vuole regalare a Pinelli un libro sui crimini di Stalin e di Mao e si sente rispondere, com’è prevedibile, che per Pinelli, lo stato totalitario è ripugnante quanto lo è per il commissario.

‘Già, voi anarchici non ci credete nello Stato’ risponde allora Calabresi.



È banale. Costringe a pensare che Calabresi dovesse essere pure un po’ scemo se dopo più di un anno passato a seguire la pista anarchica per i precedenti attentati sui treni, ancora non gli era chiaro un discrimine abbastanza Wikipedia tra gli anarchici e tutti gli altri.

L’economia narrativa è un problema non da poco. Mi ha fatto pensare che forse meglio sarebbe stato farne un’opera in più parti, come ‘La meglio gioventù’, rallentare, raccontare, dare ossigeno alla coralità. Perché se di questa economia soffrono i personaggi perno, Calabresi, Pinelli e le loro mogli, Aldo Moro e Giuseppe Saragat, figuriamoci coloro che intervengono praticamente solo come dispositivi narrativi: magistrati, politici, membri dei servizi segreti.



Ma siccome non è una fiction televisiva ma un film, devo dire di aver sentito una struggente nostalgia per Elio Petri e persino per Paolo Sorrentino ieri al cinema, avrei voluto essere forzata a percepire il grottesco, la pena, la rabbia. Avrei preferito che fossero caricature piuttosto, strazianti o feroci, non maschere, queste figure di cui non si possono far vedere l’intimità e le ragioni profonde.


Questo, in teoria, è il romanzo di una strage di quelle che alla collettività non è mai stato permesso di superare perché le è stata sempre negata una spiegazione; i colpevoli non sono mai stati puniti, il ruolo degli apparati dello Stato mai chiarito. Il film è una ricostruzione di come plausibilmente possono essere andate le cose, ma io non ho percepito della vera, concreta rabbia per quella giustizia mai fatta, solo una vaga pietas, remota e un po’ bipartisan, per alcune delle figure coinvolte. La tensione civile che spinse Pasolini a scrivere ‘Io so’ è davvero un ricordo. Ma davvero questo è un passato che è passato? Di cui si può parlare con tono dolente si, ma anche un po’ distaccato. È tutta acqua sotto i ponti?

1 comment:

Saverio Luzzi said...

Insomma, non ti è piaciuto. ;)
Oltre alle tue obiezioni, mi permetto di agigungerne un'altra. Che il film è stato basato su un libro che non ha nè capo, nè coda, per cui da un punuto di vista storico è molto probabile che il film sia inattendibile (io non l'ho visto).

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/03/31/news/piazza_fontana_la_verit_di_sofri-32515232/?ref=HREC1-12

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