Friday, 18 May 2012

How I Learned to Stop Worrying and Love Instagram



L’odore che si respira ancora adesso nello stanzino di mio nonno è l’odore più buono del mondo.

È un odore di colle e di solventi, di ferro vecchio, di grasso per saldature, di vernici e balsa di legno. Adesso non ci va nessuno se non per cercare il martello o gonfiare le ruote della bicicletta col compressore ma l’odore è rimasto intatto come sugli scaffali lo stesso ordine fitto, che può sembrare caos ma non è.

Da che mi ricordo lo abbiamo sempre chiamato ‘lo stanzino’ e qui lui ci fabbricava gli aeromodelli e le barche a vela radiocomandati ma, soprattutto, rattoppava e aggiustava tutto quello che a casa si rompeva, niente moriva mai del tutto, niente diventava inservibile. Le cose si potevano sempre accomodare e se proprio diventavano obsolete – come una vecchia radio quando ti sei deciso a comprarla nuova – le si poteva smontare, i pezzi sarebbero immancabilmente serviti ad aggiustare qualcos’altro.
Perché per tanto tempo fu così, la tecnologia d'uso comune. Le innovazioni non mancavano, arrivavano nelle nostre case e cambiavano le nostre abitudini ma con essa avevamo un rapporto più interattivo, con le dovute conoscenze e gli attrezzi giusti le si poteva aprire, modificare, aggiustare.

C’è stato un momento in cui questo smise di essere vero, non so quando è cominciato esattamente. Arrivarono automobili il cui eventuale malfunzionamento non poteva essere corretto dal singolo, nemmeno in un’officina qualsiasi, perché nascosto entro inaccessibili nuove funzionalità. La macchina ha smesso di rivelare i suoi segreti, non staziona più in giardino col cofano aperto, offerta alle nostre più o meno esperte manomissioni.
‘E’ un problema di elettronica’ abbiamo cominciato a dire, abdicando, bisogna portarla dal rivenditore concessionario.

Il funzionamento delle cose che usiamo tutti i giorni è diventato quasi un arcanum dell’ imperio tecnologico, monopolio di chi le fabbrica. Come se l’era democratica del nostro rapporto coi consumi fosse in qualche modo finita. Per me, la percezione che il mondo era cambiato arrivò la prima volta che mi resi conto, con molto ritardo, che c’era una tecnologia nuova che mio nonno non poteva capire né smontare, mentre stavo provando a spiegargli come funzionava un’ e-mail e lui alzò le mani, ridendo:

‘E quindi io prendo questo documento, lo invio, e tuo padre a Roma lo riceve nel computer?? E’ proprio vero che noi vecchi se deve morì!’

Lui, mio nonno, faceva coincidere la comprensione del funzionamento delle cose con la vera padronanza e l’uso consapevole di esse. Questo era per lui vivere, e non subire, il proprio tempo. Ma oggi mi domando quanto questo sia ancora vero, per noi nel nostro quotidiano, a giudicare dall’uso intenso che facciamo di supporti tecnologici dei quali non capiamo un granché. Siamo tornati bambini nel nostro rapporto con la tecnologia? Mi pare a volte di si, guardando al modo in cui accumuliamo giocattoli e, allo stesso tempo, ci abbandoniamo alla nostalgia per gli oggetti del passato. Compriamo simulacri che mimano l’aspetto di quegli oggetti più semplici e, magari, lo facciamo non solo per gusto retrò, ma per dimenticare l’inquietudine che ci procura il loro funzionamento misterioso. Compriamo un frigo Smeg che sembra uno di quei vecchi frigoriferi bombati degli anni Sessanta, con tanto di maniglione – solo che surgela a 4 temperature e ti serve ghiaccio tritato direttamente nel bicchiere. Radio digitali costosissime fatte per assomigliare a vecchi transistor scalcagnati. Perché feticizziamo la forma delle cose passate? Cosa vogliamo dai prodotti che compriamo? L’aspetto rassicurante di quello con cui siamo cresciuti, ma anche, vogliamo semplicità e immediatezza d’uso. E se si rompe lo ridiamo a papà Smeg perché ce lo aggiusti o lo buttiamo.

La questione è tanto più complessa tanto più entriamo nel campo dell’informatizzazione. Lì abbiamo l’impressione, o l’illusione forse, della complessità accessibile. In teoria, ci siamo riappropriati di un sapere di tipo nuovo, basta acquisire le conoscenze che servono. Possiamo imparare a generare noi stessi stringhe di codice, chi ce lo vieta? Possiamo programmare, manipolare, aggirare blocchi, hackerare. Crediamo nella promessa dell’Open Source, ma solo operando su di una scatola sigillata, dei cui processi materiali, in concreto, la maggior parte di noi non sa nulla.

Per via di inquietudini come queste, la mia non comprensione raddoppia di fronte a fenomeni come la popolarità di Instagram.
Le Instamatic, come le Polaroid, erano già all’epoca prodotti che corteggiavano una relativa infantilizzazione del consumatore. Potevi averla subito, la tua foto, però non potevi decidere come veniva fuori, svilupparla a mano, adoperare il tuo sapere in camera oscura per manipolare l’immagine come si era sempre fatto. Nella confezione c’era tutto l’occorrente, la macchina e le cartucce. Pellicole già impregnate di reagenti, sulla cui composizione e dosaggio non potevi intervenire.

E proprio adesso che siamo nell’era dell’ alta definizione e di Photoshop, che poi è una camera oscura digitale, un luogo dove volendo ti puoi riappropriare del sapere, puoi tornare ad essere autore delle foto che fai (purché non ti si rompa il computer), noi abbiamo deciso che preferiamo fare foto sgranate e gialline come quelle della vecchia Instamatic. È come se ci fosse venuta nostalgia per le costrizioni e la rozzezza di quel linguaggio espressivo, e adesso che queste limitazioni non ci sono più, le simuliamo. Ma perché?

Certo, la manualità non è tutto, fare una bella foto è sia padronanza tecnica sia ‘occhio’, e un bravo fotografo farà belle foto, che usi una Nikon, una vecchia Leica o la fotocamera digitale del suo smartphone.
Io sospetto che chiedere ad un fotografo di fare una bella foto Instagram sia come chiedere a un pittore di realizzare un bel quadro dandogli tre pennarelli e un post-it, ma certamente ci saranno artisti per i quali la limitazione è una sfida,che trovano divertente superarla creativamente
Ma Instagram lo usano tutti, anche, e forse soprattutto, coloro che fotografi non sono. Forse pensiamo che la rudimentalità del mezzo annulli le differenze tra noi e uno bravo (è come pensare che dando in mano tre pennarelli e un post-it a me e a Leonardo da Vinci le nostre creazioni non saranno poi qualitativamente tanto diverse. E questo non è vero, anzi).
O magari il risultato artistico non c’entra niente, è solo nostalgia. Scattiamo una foto ai nostri amici a cena, ad un paesaggio, agli avanzi della colazione sul tavolino del bar. Poi usiamo un filtro Instagram e condividiamo la foto sui Social Network. Cos’è che li fa apparire diversi, preferibili, i nostri amici e le nostre cene versione Instagram? È perché li fa sembrare usciti da un tempo che ora ci pare così semplice anche se quando lo vivevamo non ci pareva semplice affatto?

Si può dire che, per noi che non facciamo foto per velleità artistiche, l’atto stesso di fotografare i nostri amici e le cene è già di per se una performance della nostalgia. Fissiamo un’immagine per farne ricordo. E allora usare un filtro Instagram non fa che calare sulla nostalgia implicita della foto una molto ovvia nostalgia formale, visiva. Ma questo sarebbe vero anche se usassimo, chessò, un filtro ‘Dagherrotipo’. Dei tanti passati che potevamo rivivere ne abbiamo scelto uno in particolare e io vorrei tanto sapere perché.

Quello che recuperiamo del passato, con il nostro amore per Instagram, è strano. Esso celebra l’immediatezza, l’amatorialità, forse anche la spontaneità (ma così tante altre estetiche possibili, perché, per esempio, non siamo attratti dai vividissimi scatti in autofocus delle macchinette usa e getta? È un' estetica anche quella) tutte cose molto contemporanee. Celebra però anche quella fruizione infantilizzata del prodotto tecnologico di cui, come si diceva, la diffusione della foto istantanea ha costituito un momento particolare. D’altronde non è un caso che le pubblicità dell’epoca di queste fotocamere prendessero molto esplicitamente come target i bambini.

Forse imitando e resuscitando l’epoca delle instant-camera alludiamo al nostro tempo presente, ma quello che diciamo con queste nostre allusioni dà francamente da pensare. Almeno a me.


1 comment:

Saverio Luzzi said...

L’obsolescenza programmata è uno degli aspetti che denotano il passaggio dalla probità all’indegnità del consumismo (fosse vivo Pasolini potrebbe dire cose ben più intelligenti delle mie).
Su Instagram nulla so, lo sento nominare per la prima volta in questo tuo post.
Sono superato, vero?

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