Friday, 11 May 2012

A Margine di una Partenza

#1
Tu provi a seguire le istruzioni del parcometro dell’aeroporto  Leonardo da Vinci di Fiumicino. ‘Inserire l’importo’, dice, ‘Premere il tasto verde’, dice. Solo che poi lo guardi e non c’è alcun tasto verde. Ma neanche un tasto stinto che poteva magari essere verde, per dire, da giovane. Rimani così, paralizzato dall’ansia che ti viene davanti a qualsiasi diabolico bussolotto mangiasoldi di questo mondo, perché lo sai che hai un tempo limitato per compiere la tua operazione prima che sia game over e ti tocchi ricominciare da capo e ridargli altre monete. Poi l’occhio ti casca su una scrittina vergata a mano con la penna e una freccetta che indica un pulsante a caso: Questo è il tasto verde à
Lo premi e non succede niente. Ma non bisogna disperare, appena sotto il misterioso scriba ha vergato ancora: Premere due volte à
 
È quanto mai possibile che l’anonimo benefattore sia un addetto alla manutenzione, conscio che l’apparecchio in questione è stato fabbricato dal Maligno ma anche che segnalare il problema alla ditta appaltatrice sarebbe inutile, non lo cambieranno mai. Si è risolto quindi a intervenire così, alla bell’e meglio, prima che un utente inferocito spacchi la macchinetta a calci.
Oppure, l’anonimo è uno che c’è passato, che si è fatto mangiare le monete, si è accanito su tutti e cinque i pulsanti non verdi a disposizione e, finalmente, dopo ripetuti tentativi ha risolto l’enigma. Magari è stato preso da un sussulto di tensione civile, di quelli che vengono talvolta – specie se stai per lasciare la madrepatria – ha pensato a tutti quegli altri prima e dopo di lui, che vorranno parcheggiare in striscia blu fuori dal terminal e impazziranno come è impazzito lui. Quanti altri, si sarà chiesto, dovranno lasciare questo luogo pensando ‘che paese di merda’ per colpa di tale insensatezza? A quanti altri toccherà di partire amareggiati per questa ennesima assurda vessazione? Qualcuno deve fare la cosa giusta. Se non io chi? Se non ora quando? Avrà pensato lui o lei, cercando la penna.
Io non so decidere quale delle dei due ipotetici scribacchiatori, l’impiegato coscienzioso o il passeggero indignato, sia più rincuorante, quale mi piaccia di più. Chiunque tu sia, o Anonimo Geniale, possiedi la virtù più preziosa che un viaggiatore in generale e un italiano in particolare possano avere: possiedi la Metis. E io ti rispetto.


#2

Vi riconosco cervelli in fuga, che vi credete. Vi avevo già intuito al gate e poi sul volo, gli unici il cui abbigliamento sia ispirato a criteri di buonsenso e non a quell’ abdicazione del raziocinio che prende gli inglesi al rientro – possibile che basti loro il tempo di una minibreak a Roma per dimenticarsi di come si sta a casa loro, quale clima li aspetta? Fanno tenerezza quando ripartono, a maggio come a novembre, con i sandalucci e la cannotta, i calzoni corti a scoprire quella spolverata di lentigginosa abbronzatura che sono riusciti a procurarsi friggendo per cinque ore in coda davanti ai Musei Vaticani. Per tacere del terzo sottogruppo costitutivo di voli come questo, gli italiani che vanno in Inghilterra per vacanza, il cui abbigliamento è riassumibile in tre parole: Totò a Milano. Non dico altro.
Ma voi, cervelli in fuga, con i vostri giacconi blu navy, le scarpe pratiche e il laptop d’ordinanza. Il vostro bagaglio a mano sarà anche un piccolo monumento all’efficienza, lo smartphone, le bozze da correggere, la presentazione in PowerPoint da spippolare. Alcuni di voi saranno certo delle eccellenze italiane all’estero di quelle che fanno commuovere il presidente Napolitano, ma io so dei peperoni sott’olio di vostra nonna che tenete nel bagaglio da stiva.
E so di come eravate al solito bar la sera prima di ripartire con il cielo stellato sopra di voi e due spritz col Campari dentro di voi, impegnati ad ascoltare le storie e le lamentele dei vostri amici di sempre, quelli che state lasciando. Di come ad un certo punto siete trasaliti e avete smesso di ascoltare perché sopraffatti ancora una volta dalla stessa domanda: ma com’è possibile che in questo assurdo paese si possa stare così male e, al tempo stesso, così bene?
Tutte queste cose io le so, le vedo in quell’istante di avvilimento che vi affiora sulla faccia appena si apre il portellone dell’aereo, nel tempo che basta ad elaborare l’asfalto perennemente bagnato, le pettorine fluorescenti del personale di terra che con i gesti economici della pastorizia vi instrada verso il controllo passaporti, la folata gelida che ci mette meno di niente a infilartisi nella camicia. Dura un attimo, certo, quello sconforto – pure a me – il tempo di raggiungere la fila e si torna tutti a riaccendere il telefono, a ripristinare la connettività, operativi.
 
 
#3
Ci sono partenze che filano senza intoppo di sorta, evento raro in tempi di voli low-cost, va detto. Questa era una di quelle, e non me la meritavo. Sono partita tardi da casa e sono arrivata tardi in aeroporto. Quando già avevo caricato tutto in macchina mi è presa l'angoscia che potevo aver dimenticato il caricabatterie del computer e ho dovuto aprire la valigia sul marciapiede, tirare fuori tutto come una pazza e rinzepparla di roba appallottolata a casaccio. Ho scoperto che avevo il caricabatterie ma non il lucchetto della valigia, che è stata infatti imbarcata così, mezza aperta (l’ho recuperata poi al carosello bagagli di Birmingham in perfetto orario e intatta, anche questo non me lo meritavo). Nessuna delle file interminabili che avevo messo in preventivo si è verificata e quando hanno cominciato a imbarcare i passeggeri con 15 minuti di anticipo io ero ancora al telefono con un’operatrice TIM nel tentativo di disdire i servizi attivi sulla mia simcard. I cervelli in fuga mi lanciavano sguardi pieni di sufficienza: non sei una di noi, diceva quello sguardo. Hanno ragione. Io il cervello l’ho lasciato proprio a casa.

3 comments:

WonderDida said...

oddio che quadro vero.
com'è vero che quando torni vai a prendere l'aperitivo, perché è troppo bello, e pensi che in italia si sta così bene, e che ti manca tantissimo, e però gli amici rimasti non è che ci stanno benissimo

Saverio Luzzi said...

1. E' un sussulto di indignazione civica quello dell'anonimo estensore delle due scritte. L'Italia è una nazione che va avanti nonostante se stessa e larga parte dei suoi rappresentanti politici. Ci sono italiani degni, però, e tu hai incrociato le azioni di uno (o due?) di essi;
2. Le scarpe comode dei cervelli in fuga me le devi descrivere. Sono come quelle di Lady Gaga? :)
3. Essere qui, essere là. Voler essere altrove ed essere nostalgici ovunque. Mettere la polvere sotto il tappeto e comprare un tappeto più grande. Che dire? Su con la vita!!!
4. Non è che hai detto qualche parolaccia mentre rovistavi nella valigia? :-)

Flavia said...

@Wonderdida:
Si, sempre di più sta diventando il paese che apprezzi quando sai che tanto poi te ne vai...

@Saverio:
Parolacce io? solo il selciato sconnesso del marciapiede mi è stato testimone.

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