Saturday, 4 February 2012

Veduta di stradetta


Jan Vermeer, Veduta di Stradetta, 1658 ca.






La Fotografia non mente mai: o piuttosto, essendo per sua natura tendenziosa, può mentire sul senso della cosa, ma mai sulla sua esistenza”. Roland Barthes


Sapevo che sarebbe potuto succedere dal giorno in cui abbiamo visto la macchina di Google ripassare in retromarcia fuori dal cancello. E allora ogni tanto ho controllato, in questi ultimi mesi, e controllando non sapevo mai cosa avrei visto e che effetto mi avrebbe fatto vedere.

Poi è successo. Sulla piattaforma Streetview, in una qualsiasi stradetta a senso unico, chiusa da un lato, di un qualsiasi paesino c'è un giardino qualsiasi. E nel giardino ci siamo noi. Sgranati, pixellati, già parzialmente oscurati. Siamo mero sfondo non il soggetto, prodotti collaterali dell’azione vera, la strada. Forse a Google non si può davvero rimproverare niente. Chi può sapere che siamo noi? Noi di famiglia, noi. Chi può sapere che era settembre e a chi importa? A noi, solo a noi.

Lì per lì ci abbiamo anche scherzato, ci pareva un’idea esilarante. ‘Nonno! Ti si vedrà su Google Earth!’. Ma lui era malato e in disarmo, e mancavano solo poche settimane, e questa era una cosa che sapevamo senza sapere. O che sapere era triste e allora ci eravamo risolti di non saperlo. C’è tutta questa tristezza fortuita condensata in una immagine digitale di un punto a caso del globo ed è la sua casualità a renderla ancora più triste. Non so cosa provo a sapere che è lì, visibile per tutti, anche se nessuno la vedrà perché a chi verrebbe in mente di cercare? Solo a noi.

Mi informo sulla procedura per ottenerne l’oscuramento anche se non ho ancora deciso se è questo che voglio davvero – c’è questa vocina che mi tormenta, dice ‘nel bene e nel male, è la nostra ultima foto insieme’.

Mi informo e intanto penso: cosa gli dico se mi chiedono perché? La Privacy, posso argomentare, siamo in un giardino privato non sulla strada. Posso dire la parola Privacy con la P maiuscola e a chiunque sarà chiaro cosa voglio dire. Preparo una lista mentale di possibili obiezioni sensate da presentare al web team di Google.

Non posso dire loro le cose vere. Non posso dirgli ‘lo sapete cos’è una fotografia per una persona nata nel 1919?’ Lo sapete che è un avvenimento, una foto? E che all'incontro con l'obbiettivo ci si presenta col vestito della festa, sfoggiando il più bel sorriso? Ci si presenta così, a testa alta, a chi guarderà la foto, a chi ci vuole bene, e alle generazioni future che non ci avranno conosciuto se non attraverso quell’ immagine e anche questo è bello. Ci si raddrizza e ci si spolvera la giacca per salutare quei figli ancora non nati, perché un giorno possano dire ‘guarda, ho il suo naso’.
Come la spiego ad un ingegnere del web, l'amarezza di pensare che la sua ultima foto sia questa? Come fargli capire che un obbiettivo senza occhio umano dietro a dirigerne il fuoco, a imprimere senso alle cose ha carpito, senza volere perchè appunto non c'è volontà, un'immagine di disumanizzata impudicizia?

Non posso dirgli ‘Lo sa che quest’uomo conosceva la pellicola e le gelatine, e l’odore degli acidi di sviluppo prima ancora che lei fosse nato?’ E che sviluppava le foto nella tazza del gabinetto, pensi un po', ed era un altro mondo. Prima del pixel, prima che la foto digitale abdicasse al dovere di essere tendenziosa, prima di Streetview, e prima di lei.

Privacy. Gli dirò che è per tutelare la Privacy.

Friday, 3 February 2012

Le misere consolazioni del migrante - Atto secondo




image via: The Guardian


Chris Huhne, segretario per l'energia del governo di David Cameron ha presentato questa mattina le sue dimissioni essendo sotto inchiesta da diversi mesi.

Vi chiederete, e che ha fatto mai? Droghe? Corruzione? Orge con minorenni? Case acquistate a sua insaputa?

Multato per eccesso di velocità, il nostro si sarebbe messo d'accordo con la moglie per dire che guidava lei. Per non perdere i punti della patente.


Mi fa quasi tenerezza.

Thursday, 2 February 2012

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni piace la poesia


Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.


Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.


La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.



Wisława Szymborska, Kornik, 2 luglio 1923 - Cracovia, 1 febbraio 2012.





Se sono tra quei due su mille a cui piace la poesia lo devo anche a questa bellissima, ironica, geniale Signora. Per questo oggi la ringrazio e passo la mattina a rileggermi le mie poesie preferite, le sue.

Monday, 30 January 2012

Sfigati, si.

image via:http://www.stampalibera.com/?p=32437
Posso permettermi una reazione personalissima e anche un po’ emotiva dinnanzi alla vexata quaestio dei laureati ventottenni sfigati? Una reazione che non aggiunge nulla al dibattito – che mi pare sia stato già impareggiabilmente stroncato a colpi di dossier staraciani. Demolita la credibilità del raccomandatissimo Michel Martone, che resta da dire? Il prossimo che si fa avanti sarà bene che abbia la coscienza pulita.

Si potrebbe entrare nel merito e ricordarsi di tutte le peculiarità del nostro defunto sistema universitario, e di come esse facciano sì che un’analisi comparativa con i corsi di laurea degli altri paesi europei sia impossibile, o meglio, sia possibile solo raffrontando i dati degli ultimi anni, quando è entrato in vigore anche da noi il famigerato 3+2.

Ma dicevo, non è sulle specifiche che mi interessa riflettere. No, c’ho proprio voglia di lagnarmi. Voglio fare una lagna da bambocciona sfigata.

Si, Martone c’ha ragione, gli universitari italiani che si sono laureati dopo i ventotto anni sono degli sfigati, e pure quelli che si sono laureati prima, pure quelli di ventiquattro, sono degli sfigati. Io non so immaginare universitario più sfigato dell’universitario italiano.

Io ho impiegato per laurearmi quasi dieci anni, e sia chiaro che di questo incolpo più le mie personali inadeguatezze e indecisioni sul futuro che il sistema universitario. Però in quei dieci anni ho conosciuto tanta gente, colta, curiosa, energica, e se anche tanti loro si sono laureati tardi o hanno lasciato perdere, mi sa che il difetto è nel manico.

Insomma dicevo, dieci anni. In quei dieci anni ho cambiato idea almeno una dozzina di volte sull'utilità del laurearsi o meno. Ho cambiato corso di studi, ho lasciato perdere per almeno tre anni, o fatto altro. Ho deciso almeno cinque volte che non aveva senso continuare. Ho perso mille volte e poi vinto la battaglia contro l’ansia paralizzante che mi faceva passare mesi a preparare un esame salvo poi impedirmi di presentarmi a sostenerlo.

Per carità, problemi miei, personali. Però, se siamo in vena di paragoni, oggi mi accorgo che tutto questo, se fossi stata una under-grad di un’università inglese, non sarebbe mai potuto succedere. Mi sarebbero venuti a prendere a casa in barella, sarebbe stato un tripudio di tutor, e supervisor, e mentor. E rinegoziazioni del piano di studi, passaggi alla formula part time, e counselling, e workshop sull’ansia, corsi di yoga, training autogeno. Pensate che scherzo, ma è tutto vero. Se ad una società servono laureati, avrà i suoi laureati. Di questo si può stare ben certi.

L’università che ricordo io invece, è un istituto che compensava con un’enorme flessibilità e lasseiz-faire, la fondamentale carenza di servizi e un disinteresse organico per i destini individuali del corpo studente.
D’altronde, non è che all’uscita del tunnel, ci stia un mondo del lavoro che reclama a gran voce ‘Forza! ci servono più laureati!’
D’altronde non è che ti guardi intorno e vedi modelli positivi che ti ispirino a darti una sbrigata, non è che vedi gente che ti fa pensare ‘uh, guarda, quello si è laureato a ventiquattro anni e adesso a trenta è professore ordinario. O direttore d’azienda o primo ministro.
D’altronde non è che ti guardi intorno e dici, ma se non voglio laurearmi guarda quante opportunità professionali dignitosissime ci sono per chi invece impara un mestiere.

Magari una volta non era così, ma io ho il sospetto che la macchina universitaria italiana si sia evoluta negli anni per adattarsi a soddisfare l’unica vera esigenza del paese, quella di dare qualcosa da fare a una generazione, altrimenti, assolutamente inutile. Questo ha fatto sì che per anni il confronto politico sugli scopi e gli standard della formazione universitaria sia rimasta, al contrario che in altri paesi, larvale, abbozzata, portata avanti senza convinzione. Ma per forza, non c’è scopo alla nostra formazione, siamo un surplus di popolazione, un ripensamento tardivo, una generazione sulla quale nessuno ha scommesso niente e sulla quale quindi, non ha investito niente.

E fine della lagna. Io non dico che c’ho messo dieci anni a laurearmi e ne sono felice, anzi, mi rammarico di avergliela data vinta. Mi rammarico di essermi barcamenata tra studi e lavori sottopagati senza mai poter pensare che come laureata, dovrei meritare di più.
Nutro una sanissima invidia per coloro che hanno compiuto i loro studi nei termini prescritti, non perché li ritenga più svegli o intelligenti di quelli che non, ma perché non si sono lasciati abbattere, parcheggiare, deprimere.
Ogni tanto, una signorina dell’osservatorio di ‘Alma Laurea’, o meglio una poveretta che lavora in un call-center che esegue sondaggi per conto del suddetto istituto, mi telefona per monitorare i miei progressi lavorativi. C’è sempre un momento in cui mi deve rivolgere la stessa domanda di rito: ‘ritiene che il conseguimento del suo titolo di studio ha inciso positivamente sulle le sue opportunità lavorative e la retribuzione che ne consegue?’
E ogni volta le rispondo, che no, non ha inciso. Una volta la signorina mi ha pure risposto ‘a chi lo dice’.

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