Saturday, 3 March 2012

All your children here in their rags of light

 




If it be your will
To make us well
And draw us near
And bind us tight
All your children here
In their rags of light
L.Cohen
Se questa fosse stata l’America saresti stato il perfetto antesignano della ‘generazione Ritalin’. Iperattività, ADHD, tutte queste diagnosi di cui ho letto per anni sui giornali e che, penso ora con sollievo, ti sono state risparmiate. Siccome non eravamo in America ma a Roma nei primi anni Ottanta, ed era pur sempre una scuola montessoriana, eri semplicemente un bambino difficile. O forse nemmeno questo si poteva dire, alla scuola montessoriana, non lo so. Certo è che non ho mai sentito nessuno articolare la differenza tra noi e te. Non c’erano appellativi, aggettivi, c’erano solo i nomi, il tuo, il mio e tutti gli altri.

Un ragazzino che è un terremoto, questo si. Lo sentivi dire talvolta dai genitori, alle feste di compleanno o all’uscita da scuola. Adesso mi pare che il loro modo di dirlo contenesse già un misto di meraviglia e inquieto presagio. Vederti in azione ispirava questa ambivalenza, era come rimanere incantati a contemplare la traiettoria di un bengala fiammeggiante, un fuoco d’artificio, occorreva disciplinare il pensiero e costringerlo a considerare solo il qui e l’ora. Tenere gli occhi fissi sullo spettacolo pirotecnico senza pensare alla materia conflagrata, al silenzio che succede allo scoppio, alla cenere inerte che piove a terra, dopo, quando gli spettatori se ne sono già andati.

Tutti ti adoravamo. Ti adoravano i nostri genitori, e nelle case di tutti eri il benvenuto. Mi meraviglia un po’ pensarci ora, considerando la devastazione che seguiva ad un pomeriggio con te, le bambole decapitate e gli strilli, i mobili in pezzi, i muri imbrattati di pennarello.

E noi ti adoravamo e ti perdonavamo tutto, anche quando ci tormentavi. Ti seguivamo quando ti facevi condottiero dei nostri giochi, ti seguivamo sugli alberi e imitando il tuo esempio saltavamo giù dai muri. Ti perdonavamo i graffi e le sbucciature che erano sempre e comunque meno orripilanti delle tue. Non amarti era impossibile, anche durante le liti furibonde quando ti facevi paonazzo e ti usciva il sangue dal naso. Come si fa a prendersela con uno col sangue al naso?

La maestra, Ariella, ti adorava. Ci amava tutti ma sapevamo che tra voi c’era questo legame particolare; nessuno più di lei, penso, intuiva i possibili effetti delle cause. Voleva proteggerti, imprimere al missile una traiettoria diversa, scongiurare la catastrofe. Come mai non eravamo invidiosi? Davvero intuivamo, così presto, così piccoli, che tu solo con noi eri al sicuro? Con noi e con Ariella, come se sapessimo che solo qui potevi essere un ragazzino come tutti gli altri, anche se speciale.
Il mio ricordo di te è rosso e giallo, come i pennarelli che consumavi a decine e le matite temperate fino al mozzicone. I tuoi disegni erano tutti così, avvampavano di fiamme e sangue, robot, mostri dilaniati, raggi fotonici ed esplosioni.

Creazione, distruzione. Perché tanta smania? Un’altra immagine, un altro ricordo: i tuoi pappagallini avevano fatto un uovo e per giorni ti eri fatto chioccia amorevole – era sempre così con te, eri Attila tra gli uomini e San Francesco tra gli animali. Lo avevi avvolto d’ovatta quest’uovo minuscolo e per proteggerne il guscio gliene avevi dato un altro più robusto, uno di quegli ovetti di plastica gialla delle sorpresine kinder. Lo portavi a scuola, sempre con te, covandolo nel caldo delle tue tasche. Irriconoscibile, cauto, ti muovevi piano per non danneggiarlo. Com’è poi che accadde il disastro? Una caduta, uno spintone, chissà, e l’uovo si ruppe. Ricordo sul palmo della tua mano la piccola scena del crimine, il guscio in pezzi e l’ovatta che il tragico spargimento di tuorlo aveva macchiato di giallo. E c’eri tu, disperato come una madre.

E ancora divago. Quando uscì 'La Storia Infinita' andammo tutti a vederlo, era un gran bel film. Tu ci andasti undici volte in poche settimane e quasi non parlavi d’altro, era stata una folgorazione. Un film che svelava l’esistenza di un altro mondo, più bello di questo, dove un ragazzino tale e quale a te non era solo uno scalmanato, una peste, ma un coraggioso bambino guerriero. Ed era un film, come te, pieno d’urgenza, col fiato corto, a scapicollo. Ma tu, contro quale Nulla ti scagliavi?

'La Storia Infinita' veramente non finiva mai, riviveva nel gioco, il nostro. Esso richiedeva una Barbie, chiamata Eva, ed era la mia. E Atreiu, che eri tu. Per interpretare quello che nel nostro mondo immaginario era Atreiu serviva quello che nel più prosaico mondo Mattel è la sorella piccola di Barbie, Skipper. Skipper/Atreiu era stato da te privato di qualsiasi attributo femminile e sfoggiava ora un bel taglio di capelli alla moicana. Eva e Atreiu erano fratello e sorella, nel nostro gioco; una variante rispetto al film introdotta da noi, a pensarci adesso. Se volessi pensarci adesso, ma non voglio.

Eva e Atreiu, conciati come se fossero sopravvissuti ad un olocausto nucleare, vivevano grandi avventure, che ad ogni pomeriggio passato insieme si rinnovavano e complicavano. Talora in guerra coi cattivi, talora in fuga, in agguato, nascosti, o volteggiare sulle liane delle tende, o ad attraversare le voragini che si spalancavano tra tavoli e davanzali. Erano giochi bellissimi, in cui ci si poteva perdere, far volare le ore.

E poi? E poi niente, anzi, il Nulla. Nessuno di noi è mai forte come quando era bambino, forse. Vorrei poter dire che abbiamo vinto, che abbiamo mantenuto un fronte unito, ci siamo difesi bene.  Ma neanche a questo voglio pensare. Preferisco piuttosto immaginare tutti quegli altri bambini che hanno giocato dopo di noi, che giocano, certo, anche ora. E a Fantàsia, che ogni volta rivive.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...