Wednesday, 14 March 2012

Pigiami - Edizione Speciale 'Costume e Società'

A sinistra: il pigiama di rigore nei supermercati di Chelsea.
 A destra: quello più comunemente usato a Liverpool

L’anno scorso in Inghilterra i quotidiani riportavano, tra grandi schiamazzi della popolazione tutta, la notizia che una signora era stata cacciata via dal supermercato perché era andata a comprare il latte in pigiama.

‘Ma è un bel pigiama!’ aveva protestato poi la suddetta. E di nuovo tutti a ridere.

All’epoca mi ero immaginata che questa signora fosse semplicemente un po’ esaurita, una che magari come me lavora a casa. Perché può capitare, una mattina in cui il diazepam non ne vuole sapere di entrare in circolo, che uno si dimentichi che il proprio dress-code lavorativo non è quello delle persone normali.

Adesso mi viene il dubbio che ella fosse invece una fashionista delle più avvertite, visto che il Guardian di oggi mi informa che il pigiama sta spopolando sulle passerelle dell’alta moda. Si, da indossare per la strada, o a cena fuori, non per dormire o lavorare come freelance.

In realtà già lo sapevo. Quando non sono qui a fare finta di darmi un tono, la mia procrastinazione (di cui qui) prende forme più o meno elevate, ma talora draga i fondali della frivolezza più disgustosa. Può persino capitare (sorreggetemi ancelle) che io mi metta a guardare, sul sito di The Sartorialist, le foto di tutta questa bella gente vestita tanto bene. Perché lo faccio? Macchenesò. Non è che poi la cosa abbia alcuna ricaduta pratica sul mio quotidiano, non è che poi vado in giro con i tacchi a spillo e senza calze a gennaio come quelle poverette che sembrano delle locuste infreddolite.

Ma dicevo, su The Sartorialist, già da mesi ha fatto la sua comparsa, fasciando con discrezione i piedi del bel mondo, la punta avanzata di questa nuova tendenza: la pantofola – si, perché lo sapete, nel gergo degli addetti ai lavori tutto è al singolare, la pantofola, il pantalone, il testicolo, la sisa. Beninteso, non una pantofola gigante a forma di orsacchiotto come quella che portate voi cialtroni ma una in stile nonno con la pipa, persino un po’ papalina, come quella che fai atto simbolico di baciare ogni volta che chiedi di consultare un documento presso l’Archivio Vaticano.

Allora mi tornano in mente quelle conversazioni che mi è capitato di fare con persone che stimo e che per professione hanno qualcosa a che fare con ciò che chiamiamo moda, o lo strano feedback a due direzioni che esiste tra le invenzioni di un mucchio di stilisti folli e quello che la gente, concretamente indossa quando va al supermercato. Siccome sono professionisti, prendono molto sul serio la questione e anche le mie domande stupide a riguardo. Mi dicono che da sempre i vestiti hanno anticipato e interpretato tutta una serie di cambiamenti sociali, quelli in atto e quelli imminenti. Che in periodo di boom economico le gonne si accorciano (non so se mi ricordo bene, potrebbe essere il contrario), e così via. Io li guardo come se mi avessero detto che leggono il futuro nelle interiora d’agnello, e loro si stizziscono. Poi mi ricordo che ho letto Braudel e che la cultura materiale è un ambito di ricerca importante e ci rilassiamo un po’ tutti.

Ma il pigiama quali trasformazioni sociali interpreta? La cassa integrazione? La diffusione della lungodegenza ospedaliera? E quando fa freddo con che lo abbini, con la vestaglietta?

E la signora di Liverpool. A questo punto spero che Tesco le faccia le sue più sentite scuse.




Monday, 12 March 2012

A'Bbrù, fijo mio, ecchè pure te? - Cesare deve Morire, il film dei fratelli Taviani

Di un film come questo è difficile parlare. Da una parte, si rischiano di dire troppe ovvietà, di ripetere per l’ennesima volta la storia che Shakespeare si presta ad infinite possibili attualizzazioni e trasposizioni (yawn…) ma, dall’altra, non è che puoi liquidarlo dicendo quattro scemenze (che sarebbe più nel mio stile).

È un film ‘encomiabile’ per statuto, come potrebbe essere altrimenti? Perché è il Giulio Cesare, e perché sono i detenuti del carcere di Rebibbia a recitare. Perché ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino.

E si, va detto che questo è un uso dei più virtuosi del mezzo cinematografico, tutti ne usciamo arricchiti: i Taviani, che possono dire di aver girato un altro gran bel film; i detenuti, la cui ‘voglia’ di recitare, di essere lì e pronunciare quelle parole conferisce un’intensità quasi atroce ad ogni fotogramma; e gli spettatori, che per qualche ora si sono goduti il Giulio Cesare e delle performance, da parte degli attori, francamente straordinarie.

Tranne una. Ecco, in realtà ce n’è uno che è una pippa. Ma non si può dire! Non riesco nemmeno a dire chi…mi sento cattiva…vedete che vuol dire quando un film è meritevole per statuto? Vuol dire che le persone come me, che non hanno il coraggio delle proprie opinioni, magari finiscono per abbandonarsi ad una piccola ipocrisia. Se avessi visto un film con un cast fatto tutto di attori famosi e ce ne fosse stato uno meno bravo, che non mi ha convinto, lo direi. Ma un attore non professionista, un carcerato, per il quale questa occasione è stata importante per tante complesse ragioni? Se lo volete dire voi fate pure, Mostri, io non ce la faccio.

Per cui cambio argomento. Ci sono, encomiabilità a parte, tante ragioni per andare a vedere questo film. Le performance, come si è detto. E gli altri due grandi protagonisti del film: il carcere, i cui spazi sono stati impiegati e fotografati con effetti strepitosi; e il linguaggio, poiché ognuno degli attori ha recitato il testo shakespeariano usando il proprio accento e dialetto.

Nell'attualizzazione (di cui non volevo parlare ma eccola qui, mi schiaffeggerei da sola) della congiura, dell’eliminazione del capo che si è fatto tiranno, del conflitto tra ciò che si ‘deve fare’ e l’orrore di tradire chi si fida di noi vi è un paradigma che si ripete all’infinito, ovunque. I detenuti lo conoscono bene – è universale, certo, ma è anche roba loro, personale e concreta. Il linguaggio te lo ricorda, lo racconta.

Per questo motivo, alcune scelte registiche appaiono superflue e forse potevano essere evitate. Non serviva, per esempio, quella scena il cui Salvatore Striano, che interpreta Bruto, esce momentaneamente dal personaggio per raccontare di come si sia trovato lui stesso in una situazione simile. Lo spettatore già lo intuiva, ne è consapevole per tutto il film.

E ancora, non serviva quella battuta finale, pronunciata da Cossimo Rega/Cassio “Da quando ho conosciuto l'arte ‘sta cella è diventata una prigione”. È una riflessione, questa, che il film ci aveva già indotto a fare con altri espedienti, con l’alternarsi del colore e del bianco e nero, con la sequenza, ripetuta, del rientro in cella dopo lo spettacolo – c’era bisogno di metterci pure lo spiegone, anzi, lo spieghino?

Io penso di no.

E Antonio è un po’ una pippa. Ecco, l’ho detto, va bene?! L’ho detto.

Procrastination for the Nation - Esercizio di speleologia ombelicale

http://chrispiascik.com/




Ci penso molto alla procrastinazione e se mi capita di trovare delle informazioni in proposito le leggo sempre con rapito interesse. Purtroppo, la maggior parte dei testi ad essa dedicati sono un po’ Pop-Psychology, si inseriscono in quel filone fuffa di manualistica varia dedicata al miglioramento di sé che non mi convince mai fino in fondo, per ragioni che se non sono del tutto ovvie magari un giorno spiegherò.


Generalmente le analisi della psicologia pop concorrono su un punto: la procrastinazione è una forma di sabotaggio, come tutti i comportamenti auto-distruttivi, siano essi il fumare crack o chiamare il fidanzato 30 volte in due ore per chiedergli ‘a che pensi?’.


Il sabotaggio – sempre secondo il filone interpretativo Riza Psicosomatica/Donna Moderna – è infingardo, perché non è una forma palese di masochismo, non è come darsi le martellate in testa, appare, almeno nella mente di chi lo pratica, gratificante sotto qualche altro aspetto. E questa pare quasi un’ovvietà se penso alle forme più comuni di sabotaggio, le gratificazioni del bere 3 litri di prosecco al giorno sono auto evidenti (almeno per me) e così anche le probabili ricadute negative.


Ma torniamo alla procrastinazione. Il motivo per cui mi interessa è, chiaro, che io stessa la pratico a livelli virtuosistici. Non per vantarmi ma, se essa diventasse disciplina olimpionica io porterei la Nazione al trionfo e mi coprirei di gloria.


Ma quali sono i piaceri del procrastinare? A me non è mai sembrato particolarmente piacevole. Certo, c’è l’indiscutibile sollievo del rimandare a domani quello che eccetera eccetera. Però il procrastinatore serio non è che si pasce in questo tempo ritrovato, anzi, lo impiega per lo più a flagellarsi per la propria debolezza e a crogiolarsi nel disgusto di sé. Non è proprio il mio sabato sera ideale. E poi, se il procrastinatore in questione, come me, è un perfezionista, e pure ansioso, non riesce a compiere un azione in ritardo, deludere le altrui aspettative, ennò! Per cui due minuti prima della scadenza programmata viene preso da furore assassino, finisce quello che deve finire, ma il risultato non sarà mai conforme ai suoi standard interiori di impossibile perfezione e quindi, appena ha finito torna a flagellarsi con rinnovato impeto pensando a come sarebbe venuta bene quella cosa se solo le avesse dedicato più tempo.


Siete ancora lì, mi seguite o state giocando a Angry Birds?

Io e la procrastinazione balliamo la danza delle spade, da sempre. Per procrastinare l’esigenza di fare determinate scelte ne compio invece altre che mi precipitano ancora più a fondo in situazioni che testano la mia capacità di non procrastinare. Grazie a meccanismi di questo tipo mi sono ritrovata, non so come, in questi anni a fare due cose che sono l’alfa e l’omega del procrastinatore: una tesi di dottorato e un lavoro free-lance. Perversione, non c’è altro da aggiungere. Perché solo un pazzo, se ha coscienza di essere incline alla procrastinazione fa del suo quotidiano un campo di battaglia scevro di sovrastrutture motivanti, estenuante e solitario, dove ci siete solo tu, le scadenze e lo spirito dei natali futuri che ogni tanto ti passa a trovare.


Nell’ambito dei dottorati di ricerca, il problema della depressione e della procrastinazione sono talmente noti che nella mia università inglese ci sono addirittura dei workshop e delle sessioni di counselling gratuiti per coloro che ne soffrono. Ovviamente ho pensato di andarci…Ma, che ve lo dico a fare, ho rimandato.


La procrastinazione ha due vantaggi, offre due consolazioni: da una parte ti permette di non gestire le emozioni negative connesse ad una determinata azione. Per esempio l’ansia. Fare la cosa x mi mette ansia, e allora non la faccio e mi distraggo. Dall’altra, forse, è ribellione. Siccome mi costringo ad accettare impegni che non voglio, a fare cose che non sono quelle che amo, prima dico che le farò, e poi procrastino fino all’ultimo momento. E nel tempo a disposizione faccio, male, le cose che vorrei fare veramente e che, per un motivo o per un altro, non mi ‘concedo’ consciamente di fare.

A quest’ultima considerazione non ci sono arrivata da sola ma me l’ha suggerita questa frase che trovate nell’immagine sopra, in cui sono incappata un giorno in cui, procrastinando, mi sono letta tutto l’internet.

Ma davvero le cose che facciamo quando procrastiniamo sono quelle che dovremmo veramente fare? Ora, immagino che chi l’abbia formulata si riferisca a quello che facciamo quando siamo abbastanza in forma, quando siamo in regime, come dire, di otium senechiano, e non quando giochiamo a spider o compariamo per ore la composizione chimica delle varie marche di shampoo (ah, perché voi non lo fate?).


E la risposta non la so, nel senso che forse è un po’ così, ma forse procrastinare è, più semplicemente, mancanza di autocontrollo (quest’ultima è la risposta preferita del mio aguzzino interiore ma non ho trovato su Google Images un'immagine altrettanto carina ). Ci penso, perché mi sono faticosamente ritagliata un mese da dedicare a quelle cose che non mi sono concessa, sino ad ora, di fare. Ma forse è inutile, è una maniera sbagliata di concepire il problema.



Se avete delle perle di saggezza da dispensare buttatele pure tra questi porci. Oink.*













*E non dite che non ne sapete niente, perché se state leggendo, qui, in questo momento, è perché STATE PROCASTINANDO. Non fate i vaghi.


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