Thursday, 22 March 2012

Discorsi Ancillari

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Per dirvi in quali firmamenti di sofisticato intellettualismo si invola l'anima mia ultimamente, vi anticipo che ci sono ben due argomenti su cui mi propongo di elaborare in questa sede. Uno è l’acquisto del mascara, il secondo è l’immortalità della lavatrice di mio padre. ‘Discorsi ancillari’ li avrebbe chiamati, anzi li chiamava, il mio professore di Latino del liceo, un uomo che oggi, in regime di politically correct sarebbe ridotto alla completa afasia poiché la tradizione orale non conserva traccia di alcuna sua esternazione che non possa essere considerata lesiva della soggettività di qualcuno. È un peccato, perché l’offesa gratuita (rivolta generalmente a noi) costituiva l’asse portante del suo senso dell’umorismo ed era ciò che ce lo rendeva vagamente caro.

Ma torniamo ad occuparci delle cavolate del giorno:


Il mascara:


Arriva un momento nella vita di una donna in cui ella si accorge che il mascara in suo possesso è finito. O seccato. O con il passare dei mesi, talora anni, si è trasformato in una coltura batterica capace di provocarle la cecità istantanea. In teoria, stando alle avvertenze riportate sulla confezione, un mascara andrebbe buttato dopo sei mesi ma nessuna lo fa. In parte per tirchieria o miseria delle proprie personali circostanze, in parte perché sei mesi sono il tempo che ci vuole perché il suddetto mascara raggiunga il grado perfetto di agglutinamento, non così liquido da lasciarti un impronta tatuata sulle gote come una maschera del carnevale di Venezia, né così secco da provocare la cosiddetta ‘forfora nera facciale’.

Infine, perché comprare un mascara nuovo è un’esperienza traumatica e irta di ostacoli. La competizione dei produttori di cosmetici rende inintelligibile il panorama complessivo dell’offerta, perpetuando l’inganno della differenziazione continua di un prodotto che nelle sue componenti base è rimasto inalterato dai tempi dei faraoni egiziani. I brand della cosmesi, non solo ci tengono a differenziarsi dalla concorrenza, ma tentano anche di differenziare tra loro i propri prodotti, proponendo non uno ma svariati possibili mascara, ciascuno dei quali promette in sostanza la stessa cosa: ciglia vagamente più voluminose.



Pillola di Quark: Lo sapete che la spazzoletta del mascara ha un nome specifico? Si chiama ‘scovolino’. Secondo me è una parola bellissima.



Quando, come è successo a me stamattina, ti avventuri in una Upim alla ricerca del mascara ti si para dinnanzi un gigantesco tabernacolo a vaschette, e in ciascuna ci sta un esemplare di mascara che, grazie a nomi presi in prestito dai libri fantasy o dai cartoni giapponesi coi robot, gridano al compratore la loro inimitabile uguaglianza a tutti gli altri. Non lo puoi neanche provare un mascara, a differenza dei rossetti per esempio, che almeno li puoi passare sul dorso della mano per saggiarne l’intensità cromatica, ti devi affidare al caso.



I mascara hanno nomi di un' insensatezza quasi dadaista, generalmente stranieri ma  comprensibili anche al diversamente anglofono. Compensano la mancanza di innovazione sostanziale con la sfida a superarsi l'un l'altro in iperbole. C’è quello che si chiama ‘Architecture’, come se tenere gli occhi aperti sotto cotanto peso richiedesse un sistema di ponteggi, e promette ciglia 4D. Immagino che esse si protendano quindi non solo nello spazio ma anche nel tempo, probabilmente arrivano in ufficio mezzora prima di te e danno pure una spolverata in giro.



Ci sono quelli telescopici, stroboscopici e ipnotici. Quelli irresistibili, colossali, inimitabili, ultimi, estremi, sublimi, dopo di me il diluvio, io-sono-tuo-padre. Ne ho visto uno oggi che prometteva una lunghezza ‘illegale’. Ce lo chiede l’Europa di porre un tetto alla nostra metratura ciliare? È una sfida al rigore montiano?

Poi c’è quello che ha stipulato un contratto con le italiane, si impegna a garantire ‘un milione di ciglia per tutte’. Vi ricorda qualcuno?

Diciamoci la verità, nessuna di noi vuole un milione di ciglia, nemmeno se fossero ripartite al cinquanta e cinquanta su ciascun occhio. Se una avesse un milione di ciglia starebbe al circo, nota a tutti come ‘La Donna Paramecio’.

Vi è quello che gioca sul paradosso e proclama, vantandosene, un effetto ‘ciglia finte’. Bizzarro, perché avrei giurato che generalmente quelle che usano il mascara, lo preferiscono proprio in quanto alternativa alle ciglia finte, le quali sembrano, appunto, finte.

Comprereste uno shampoo che reclamizza un effetto parrucchino? No! Appunto, e allora perché venite a romperci le palle.



La Lavatrice:

Tornata a casa ancora scossa dall’acquisto del mascara ho provato nostalgia per un tempo passato e più ingenuo, in cui la società dei consumi non ti martellava la psiche cercando di farti riacquistare una cosa ogni sei mesi, un tempo in cui le merci ostentavano con più umiltà le loro doti. Niente mi fa rimpiangere quell’ innocenza perduta quanto la contemplazione della nostra lavatrice qui a Roma.



Essa, una San Giorgio modello Tema 764, era già qui quando siamo venuti ad abitare in questa casa, mi pare nel 1980. E anche allora non era nuova. È quindi possibile che io e la lavatrice si abbia la stessa età e delle due quella che se la porta meglio è indubbiamente lei.



Salvo trascurabili interventi di routine (quali il ripescaggio periodico di decine di ferretti di altrettanti reggiseni e conseguente mia umiliazione al cospetto dell’omino dell’assistenza tecnica ) la lavatrice ha svolto mirabilmente il suo lavoro per decenni. Senza nemmeno usare l’anticalcare che nello spot ti raccomandano sempre. Magari dentro ci sono le grotte carsiche, ma funziona a meraviglia.



È passato così tanto tempo che del libretto delle istruzioni ci sono pervenuti ad oggi solo alcuni spuri, ingialliti frammenti che occorre conservare con la massima cura perché altrimenti non sapremmo mai a quali temperature stiamo lavando la roba.

Questi superstiti foglietti parlano di un’altra epoca, come si evince dalla descrizione del ciclo di lavaggio numero 6, detto ‘del lavaggio breve’:





Breve lavaggio in acqua fredda […] per panni poco sporchi quali il lenzuolo e l’asciugamano dell’ospite, centrini o tovagliette impolverate, per togliere l’appretto o per la bagnatura di tessuti nuovi in cotone, lino o canapa prima della confezione.


I centrini! L’appretto! Le massaie che bagnano il cotone nuovo prima della confezione…chiudo gli occhi e sono tornata all’Italietta del boom.

E si, in fase di centrifuga è più rumorosa di un jet che decolla, e non è possibile lavare nulla a temperature inferiori ai 55° centigradi, ma come potremmo disfarci di lei? Questa longevità, in maniera non dissimile da quella del mio gatto (che ha 18 anni, facciamo tutti insieme le corna) suscita meraviglia e curiosità. Quanto ancora potrà campare? (la lavatrice, non il gatto), è un caso anomalo o il belpaese è infestato da cima a fondo di elettrodomestici indistruttibili? Il frigo di mia nonna, per esempio, è del 1960. Abbiamo qualche chance di entrare un giorno nel guinness dei primati?
E se adesso cominciamo ad usare l'anticalcare, andiamo ad aumentare le aspettative di vita  della lavatrice o magari invece alteriamo quel miracoloso equilibrio che l'ha tenuta in vita fino ad ora?


Monday, 19 March 2012

Indipendenti sempre, isolati mai




È più o meno un anno che ho deciso che avrei passato un mesetto da sola nella casa in Toscana dei miei nonni per lavorare in pace ad un progetto senza distrazioni.
A me non sembra una cosa particolarmente folle, anzi, mi pare un lusso meraviglioso, una di quelle cose che uno si propone per anni ma che poche volte nella vita ha l'occasione di fare davvero.
La mia famiglia, invece lo ritiene un proposito insano e man mano che la data fatidica si avvicina danno voce alla loro perplessità.

- Secondo me ti fai due palle così e dopo una settimana vai al manicomio
- Ma scusa, tante persone l’hanno fatto…
- Si ma quelli poi li hanno tutti ricoverati   (Papà)

-E poi proprio lì, ti pare il caso?
- Ma stai parlando della Versilia, la nostra terra ancestrale!
- E secondo te perché ce ne siamo andati?  (Zio)

- Ma che ci vai a fare, così da sola, almeno potevi andarci con [nome di fidanzato-martire] che te cucinava qualcheccosa. (Nonna)

Questo atteggiamento è dovuto per un buon 50% alla totale sfiducia che i miei ripongono nel mio istinto di conservazione, è ovvio. Pensano che lasciata a me stessa mi ridurrò a bere l’acqua delle vaschette del termosifone e a chiedere l’elemosina per la strada. D’altronde ho passato più di trent’anni a fingermi semi-incapace così che nessuno potesse fare alcun affidamento su di me, per cui sono un po’ giustificati.
Però, almeno in parte, questo riflette un habitus mentale tutto loro, riassumibile nel motto di Visconti Venosta ‘indipendenti sempre, isolati mai’ che campeggerebbe sul nostro stemma familiare se ne avessimo uno.
Forse quello che valeva per la politica estera dell'Italia liberale vale ancora oggi per molti di noi. Ed è possibile, avanzo un’ipotesi non suffragata da niente, che vi sia in ballo uno specifico italiano? È solo un caso, per esempio, che tutti i miei amici inglesi, annunciati i miei propositi, abbiano risposto ‘That sounds divine!’ e i miei amici italiani in coro ‘Ma che sei scema?’.
Gli inglesi, povere stelle, quando tu gli nomini un posto qualunque della Toscana pensano al Chiantishire, pensano a vigne e romantici casolari come in un film del Bertolucci senile.

I romani, che sanno dove vado, si precipitano a ricordarmi che il mare d’inverno è un pensiero che la mente non considera-a-a.
Bisogna capirli i romani, per loro l'idea di soggiornare in un centro abitato con una popolazione inferiore ai quattro milioni è concepibile solo in due particolari circostanze: la villeggiatura estiva e il confino di polizia.
 
 
I miei amici toscani, che in realtà sarebbero gli unici a poter parlare con un minimo di cognizione di causa, hanno tutti fatto la stessa domanda:

- Ma quando pensi di venire?
- A marzo
- Ah, va-beh, a marzo già va bene
- Perché scusa, se vengo a gennaio che succede?
- Noooo, nulla, però sai…qui d’inverno ci sono molti suicidi
- Ma me lo dici te che ci abiti! E poi sono venuta un sacco di volte in inverno…
- Si ma di passaggio, per il finesettimana. È diverso.

È diverso. Francamente a questo punto sono curiosa. Comincio a immaginare che questa gente mi abbia mentito per decenni. Che vi sia una cospirazione collettiva per non spaventare i villeggianti, che d’inverno la Versilia si riempia di zombies, si pratichino ancestrali riti pagani e si sacrifichino i forestieri come nel film ‘The Wicker Man’. Poi arriva maggio e tutti allegri in bicicletta come se abitassero in un eden di spensieratezza.
E quando arrivo io e chiedo ‘ma Tizio/Caia che fine ha fatto?’ fanno spallucce ‘E’ andato a vivere a Firenze’ oppure ‘è andata a vaccinare i bambini in Burkina Faso’. Ma non è vero niente, sono tutti seppelliti nelle cave di marmo esaurite, nel cemento dei piloni del pontile.

Quindi che dire, stay tuned.  Questo esperimento potrebbe essere un successone, o risolversi in stile The Shining...

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