Saturday, 7 April 2012

Planet Earth is blue and there's nothing I can do








Ground control to major Tom, your circuit's dead, there's something wrong
Can you hear me, major Tom?
Can you hear me, major Tom?
Can you hear me, major Tom?
Can you...


Here am I sitting in my tin can far above the Moon
Planet Earth is blue and there's nothing I can do

David Bowie, Space Oddity, 1972.




 
Space Oddity è una delle mie canzoni preferite di sempre. Però ne posso fare un ascolto limitato e, laddove possibile, in solitudine. Perché io se ascolto questa canzone piango, come una fontana. È incontrollabile. E per questo motivo devo anche mantenere un’allerta costante di fronte al al rischio di ascolti inaspettati. C’è sempre il pericolo che in un locale dove fanno musica dal vivo qualcuno decida di cantarla, possono verificarsi spiacevoli passaggi radio proprio mentre tu sei alla stazione di servizio e ti sciogli in lacrime sotto gli occhi del benzinaio che ti lava il parabrezza, o magari al tg2 passano un servizio sulla NASA e ci piazzano la canzone a mo’ di sottofondo musicale. Inutile che vi dica con quanta apprensione mi recai a vedere il film Velvet Goldmine al cinema con tutti gli amici. Menomale che al cinema c’è buio.





La malinconia della terra vista dallo spazio, certo. Il momento in cui Major Tom compie quello che siamo abituati a considerare uno di quei passi eroici, che espande le frontiere dell’orizzonte umano, diventando agli occhi del mondo un personaggio – Ground Control glielo dice nella canzone You’ve really made the grade, and the papers want to know whose shirts you wear- è il momento in cui l’astronauta guarda a questo mondo, casa sua, e lo vede per il formicaio che è, infinitesimale, trascurabile. E fuori dalla sua portata. Perchè anche lui è piccolo, seduto in un barattolo di latta contempla il suo pianeta e vede che è esso, insieme ai suoi affetti, il suo quotidiano, ma anche la Storia, i grandi eventi e tutto quello che siamo abituati a considerare importante è, appunto, insignificante, e così lui stesso. Planet Earth is blue, and there’s nothing I can do…


C’è solitudine più grande? Il fatto che la canzone riesca a parlare di questo con due pennellate messe lì, schive e reticenti me la fa amare ancora di più. Io amo la poetica della reticenza. Se qualcuno, scrittore, musicista o regista, riesce a farmi cadere in una trappola del sentimento usando poche, secche parole, quasi facendo finta di parlare d’altro, io mi innamoro.





Però, almeno in parte, il motivo del mio struggermi per la morte in dissolvenza di Major Tom non ha nulla a che vedere con David Bowie, e con i meriti della canzone in sé. Viene da molto più lontano, da un tempo in cui mi sa che non avevo idea di chi fosse David Bowie e forse non avevo nemmeno mai sentito Space Oddity.





La colpa è di Rosso Malpelo.


Rosso Malpelo assegnato come lettura per le vacanze estive in seconda media. Rosso Malpelo che poi, dopo averlo letto, c’ho avuto gli incubi tutta la notte.

 

Di tristezze insopportabili il racconto verghiano ne contiene in quantità, l’orfano bistrattato da tutti, il lavoro nelle cave di rena, Ranocchio, l’asino – è un armaggeddon della tristezza, c’è poco da dire. Ma, così, tante altre novelle della medesima collezione, così anche La Nedda. Quello che a me mi stramazzava era la fine, quando Malpelo, l’unico sacrificabile, l’unico che non ha nessuno che gli impedisca di andare, si avventura da solo in un passaggio malsicuro che apre ad un labirinto di tunnel sotterranei, vi rimane intrappolato e rimane a vagare lì fino alla morte.

Era una cosa, questa, il pensiero di un bambino perduto nel labirinto senza che nessuno lo possa raggiungere che, una volta fertilizzato il mio immaginario di dodicenne ha preso una vita tutta sua. Io non ci posso pensare.

Rosso Malpelo e Major Tom muoiono, essenzialmente, della stessa morte e non ha importanza che l’una avvenga sotto la terra e l’altra fuori da essa (anzi, il chiasmo tra le due è stranamente affascinante). Entrambi si sono avventurati laddove gli altri non possono raggiungerli (sono solo io a leggervi anche una sorta di trasgressione? Individui immolati sull’altare della Hybris collettiva?) e si perdono. Il contatto è stato interrotto, sono soli. Entrambe, la storia e la canzone, utilizzano come momento conclusivo la perdita di questo contatto, non la morte dei personaggi perché là, a quella morte, non si osa neppure guardare. Ed è un effettone micidiale. Perché così, sia la canzone che la novella si concludono senza finire, lasciano l’ascoltatore e il lettore in balia dell’atmosfera che esse hanno creato. E il pensiero di quei due rimane lì a tormentarti. Quando alla fine moriranno, non ci saremo nemmeno noi, quelli che leggono e che ascoltano, a fare da testimoni, a tenergli compagnia.



Invece le ossa le lasciò nella cava, "Malpelo" come suo padre, ma in modo diverso. Una volta si doveva esplorare un passaggio che doveva comunicare col pozzo grande a sinistra, verso la valle, e se la cosa andava bene, si sarebbe risparmiata una buona metà di mano d'opera nel cavar fuori la rena. Ma a ogni modo, però, c'era il pericolo di smarrirsi e di non tornare mai più. Sicché nessun padre di famiglia voleva avventurarcisi, né avrebbe permesso che si arrischiasse il sangue suo, per tutto l'oro del mondo.
"Malpelo", invece, non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l'oro del mondo per la sua pelle, se pure la sua pelle valeva tanto: sicché pensarono a lui. Allora, nel partire, si risovvenne del minatore, il quale si era smarrito, da anni ed anni, e cammina e cammina ancora al buio, gridando aiuto, senza che nessuno possa udirlo. Ma non disse nulla. Del resto a che sarebbe giovato? Prese gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco col pane, il fiasco del vino, e se ne andò: né più si seppe nulla di lui.
Così si persero persin le ossa di "Malpelo", e i ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi.

Giovanni Verga, Rosso Malpelo, 1878. 

Tuesday, 3 April 2012

Romanzo di una Strage?





Davvero il film di Marco Tullio Giordana è il romanzo di una strage?

Per me, nella sua definizione minima il romanzo è una modalità della conoscenza che mi fa vedere eventi - realmente accaduti o fittizi, non importa - in maniera centrifuga, dall’interno all’esterno, quale che sia la soggettività (o le tante soggettività) che ne costituiscono il nucleo, l’Io percepente.

Allora diciamo che per certi versi il film è quasi più l’affresco di una strage, una pittura d’insieme, e questo sia perché i personaggi sono così tanti che talvolta sono poco più che maschere, archetipi ai quali le necessità di una narrazione su scala vasta impongono di esistere entro un certo schematismo, ma anche perché è tutto visivo il reale ‘romanzo’ del film. Sono la fisicità degli attori e la fotografia che permettono di intravedere un punto di vista, un’emozione, una tesi. La scena dell’esplosione alla banca è di grandissimo impatto, e così anche il modo in cui sono raffigurati certi luoghi simbolici del potere: il tribunale, la banca stessa, il ministero. Una Milano e una Roma di ‘Padri’ che, minacciati, fanno la voce grossa, si nascondono dietro l’imponenza dei palazzi e gli arcana imperii.


Però, da un certo punto di vista il film è anche il Bignami di una strage. È scolastico, didascalico, in un modo che forse gli studenti di un liceo odierno o il pubblico non italiano apprezzeranno ma che rischia di annoiare chi con le vicende narrate ha un rapporto più personale o si è sentito spinto in questi decenni a indagarle (ammetto di essermi annoiata io stessa). Il primo film di Marco Tullio Giordana che io abbia mai visto è stato Pasolini, un delitto italiano ed ero per l’appunto al liceo. Mi piacque e mi turbò moltissimo, e non poteva essere altrimenti. Era un racconto, forse un po’ scolastico anche quello ma era anche una contro-storia, era una tesi, e quello era il periodo in cui il mio amore per la storia come disciplina nasceva e mi plasmava.



Potrei andare avanti per ore a dire di come la tesi e il romanzo, la storia e le storie siano gli amori della mia vita, e come nella mia testa il confine tra questi due modi di guardare ai fatti sia parecchio osmotico, ma sarebbe, questo si, davvero centrifugo rispetto all’oggetto del post, tiremm’innanzi.



Una ricostruzione che non voglia o non riesca a farmi accedere ad un punto di vista - dei protagonisti o dell’ autore, non importa – mi lascia perplessa. Non c’è ricostruzione, per me, senza interpretazione. Faccio un esempio: i personaggi del film sono, quelli si, un’interpretazione. Era così Luigi Calabresi, pieno di dubbi, preoccupato di non fare dell’esercizio del suo mestiere un abuso all’umanità altrui? Era così Giuseppe Pinelli, un anarchico-padre, ottocentesco, inquieto davanti alle derive più nichiliste della contestazione? Non lo sappiamo, ma è bene che Giordana si prenda la responsabilità di decidere in un senso o in un altro, di proporre una sua idea e sta magari a chi li conosceva dire se non era affatto così. Gli attori, Valerio Mastrandrea e Pier Francesco Favino, offrono rappresentazioni credibili di questi due uomini così come vuole raccontarli Giordana ma la tirannia dell’economia narrativa offre poche occasioni per fargli dire qualcosa di anche solo vagamente pregnante.

Giordana vuole farci sapere che i due si studiano l’un l’altro e poi si rispettano, quasi, ciascuno dal proprio lato della barricata. Ma i dialoghi tra loro, come quello in libreria in cui si regalano addirittura un libro a vicenda sono, dispiace dirlo, banali. Lo sono spesso, banali, i dialoghi in questo film, perché ciascun personaggio si deve presentare, qualificare, per permettere allo spettatore di capire chi è, e questo rende molti scambi penosamente inverosimili.

Calabresi vuole regalare a Pinelli un libro sui crimini di Stalin e di Mao e si sente rispondere, com’è prevedibile, che per Pinelli, lo stato totalitario è ripugnante quanto lo è per il commissario.

‘Già, voi anarchici non ci credete nello Stato’ risponde allora Calabresi.



È banale. Costringe a pensare che Calabresi dovesse essere pure un po’ scemo se dopo più di un anno passato a seguire la pista anarchica per i precedenti attentati sui treni, ancora non gli era chiaro un discrimine abbastanza Wikipedia tra gli anarchici e tutti gli altri.

L’economia narrativa è un problema non da poco. Mi ha fatto pensare che forse meglio sarebbe stato farne un’opera in più parti, come ‘La meglio gioventù’, rallentare, raccontare, dare ossigeno alla coralità. Perché se di questa economia soffrono i personaggi perno, Calabresi, Pinelli e le loro mogli, Aldo Moro e Giuseppe Saragat, figuriamoci coloro che intervengono praticamente solo come dispositivi narrativi: magistrati, politici, membri dei servizi segreti.



Ma siccome non è una fiction televisiva ma un film, devo dire di aver sentito una struggente nostalgia per Elio Petri e persino per Paolo Sorrentino ieri al cinema, avrei voluto essere forzata a percepire il grottesco, la pena, la rabbia. Avrei preferito che fossero caricature piuttosto, strazianti o feroci, non maschere, queste figure di cui non si possono far vedere l’intimità e le ragioni profonde.


Questo, in teoria, è il romanzo di una strage di quelle che alla collettività non è mai stato permesso di superare perché le è stata sempre negata una spiegazione; i colpevoli non sono mai stati puniti, il ruolo degli apparati dello Stato mai chiarito. Il film è una ricostruzione di come plausibilmente possono essere andate le cose, ma io non ho percepito della vera, concreta rabbia per quella giustizia mai fatta, solo una vaga pietas, remota e un po’ bipartisan, per alcune delle figure coinvolte. La tensione civile che spinse Pasolini a scrivere ‘Io so’ è davvero un ricordo. Ma davvero questo è un passato che è passato? Di cui si può parlare con tono dolente si, ma anche un po’ distaccato. È tutta acqua sotto i ponti?

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