Tuesday, 24 April 2012

You can stand under my umbrella ella-ella-eh-eh






Il mio idilliaco ritiro versiliese sta per volgere al termine e il bilancio è quanto mai positivo: ho ricaricato le batterie, ho rivisto vecchi e cari amici, ho scritto abbastanza. Ma mi è rimasto un solo curioso interrogativo – e no, non è l’enigma del tagliere di mia nonna, quello l’ho già risolto: è in un doppiofondo segreto del tavolo di cucina. Perché la cautela non è mai troppa, d’altronde si sa che un ladro quando penetra nella tua dimora la prima cosa che fa è preparare un bel battuto per il soffritto.
No, l’interrogativo è un altro e si è palesato in un pomeriggio di pioggia nella bella piazza di Pietrasanta. Al cadere delle prime gocce ecco che tutti hanno aperto l’ombrello, normale no? Solo che avevano tutti lo stesso ombrello. Tutti. Come in un viaggio organizzato All-Inclusive o in un paese del blocco sovietico, la piazza è diventata una coreografia di massa, un mare verdeggiante in mezzo al quale mio misero ombrellino viola stava così, incongruo e reietto.

E siccome ultimamente ha piovuto molto ho avuto diverse occasioni di osservare il fenomeno; dalla Marina di Massa e giù fino a Viareggio, la proliferazione di questo ombrello non conosce iato. Non che sia un brutto ombrello, tutt’altro. Non ha l’obsolescenza programmata di quelli pieghevoli, tenuti insieme con lo sputo, che vanno per la maggiore oggidì. Sono, anzi, abbastanza ben fatti, di solida tela, hanno il manico di legno e sono di colore verde con una striscia bianca intorno alla base. Ho potuto osservarlo da vicino perché al mio ritorno a casa ho scoperto che ce l’abbiamo anche noi, e allora ho preso ad usarlo, un po’ perché ho perso quello viola e un po’ per sentirmi finalmente parte di qualcosa di più grande che mi trascenda.

Tale ubiquità crea strane situazioni. Non è raro ad esempio che si vada al bar, si lasci l’ombrello nell’apposito portaombrelli e all’uscita si scopra che esso si è riempito di altri identici. Che fare? La prima reazione (perché superare la propria abituale tensione individualistica richiede tempo) è di rimanere ad osservarli, turbati dall’impossibilità di riconoscere tra i tanti il proprio. Poi subentra un senso di liberazione, un afflato anticonsumista: Chissenefrega! Sono tutti uguali, posso prenderne uno a caso, SONO LIBERA!!! Un sentimento di fratellanza universale di sapore bolscevico si impossessa di me.

Ho chiesto in giro, la cosa va avanti da mesi, dalla scorsa estate addirittura. Gli amici interpellati hanno risposto che ad un certo punto tutti i venditori ambulanti hanno preso a vendere, a prezzi stracciati, il medesimo ombrello. Questa spiegazione, però, mi lascia inappagata per due motivi: Innanzitutto, talora questi ombrelli recano stampato un logo commerciale, ma non necessariamente lo stesso – il mio per esempio c’ha ‘Dolce Grimaldi’ scritto sopra. È un brand? È una forma di diffusione pubblicitaria come le penne e i calendari? Impossibile dire.

Infine, perché gli ambulanti qui vendono questi ombrelli e altrove no? A Roma non li ho mai visti, già a La Spezia sembrano estinti (sono tentata di catturarne degli esemplari, contrassegnarli e poi rilasciarli nel loro habitat per poterne monitorare la diffusione geografica).
Forse qua vicino una nave da container ha perso il carico e c’è stato un arrembaggio generale per accaparrarsi il prezioso cargo. O la Cina ha elaborato una strategia diabolica per far rientrare dalla finestra – in questo mercato globalizzato che ci prometteva inesauribile differenziazione, scelta illimitata – quell’omologazione dei consumi che si credeva buttata fuori dalla porta quando è crollato il Muro di Berlino.
Ma sapete che vi dico? Quasi quasi ben venga.

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