Saturday, 7 July 2012

Fishing for Compliments - Una questione che ho ponderato troppo




Come andrebbero ricevuti i complimenti? È una cosa che mi sono sempre chiesta. Io sospetto che, semplicemente, al mondo ci sono questi due tipi di persone: quelle che sanno dire le cose giuste e quelli che non le sanno dire. Quelli che sanno rispondere con grazia e la giusta dose di umiltà a chi esprime loro apprezzamento, quelli che sanno rispondere con pacatezza o disarmante arguzia a coloro che li offendono, quelli che sanno parlare a chi sta male, ha perso qualcuno, è ferito. E poi, ci sono tutti quelli che non.

E non mi si dica che ci sentiamo tutti inadeguati, che tutti percepiamo di avere lo stesso problema, te lo puoi anche dire per farti stare meglio ma la verità è che ci sono persone bravissime a fare queste cose. La mia amica F, per esempio, è impareggiabile ai funerali. È una cosa che mi lascia a bocca aperta. Riesce a dire le cose senza che sembrino di circostanza ma anzi sagge, sentite, piene di calore. Io invece esito, mi impappino, sono talmente preoccupata di sbagliare registro che non mi viene niente da dire, o quello che dico suona affettato.

E per i complimenti valgono le stesse considerazioni. Si potrebbe, ed è forse la soluzione che presenta meno insidie per il principiante, semplicemente ringraziare – chiamiamola gratitude for beginners.
Ci si sente un po’ stupidi, però a dire solo “Grazie”, un po’ compunti e noiosi come i bambini che hanno appena recitato la poesia davanti ai nonni a Natale. Ma è bene fermarsi qui, non fare il passo più lungo della gamba se si sa di non essere bravi. Poi col tempo, quando abbiamo acquisito dimestichezza potremmo far seguire al “Grazie” qualcosa che lo faccia apparire più spontaneo e sentito, tipo “Grazie, mi fa davvero piacere che lo pensi”. Magari ponendosi questo obbiettivo minimo si potrà un giorno arrivare a pronunciare tali parole senza arrossire, balbettare, senza risatina nervosa. Purtroppo però chi è a disagio spesso sottovaluta le soluzioni semplici, abituato com'è a sentirsi inadeguato sogna di trovare quella formula che non solo lo caverà d'impaccio ma lo farà sembrare brillante, a suo agio...ed è lì che è destinato a cadere.
Gli inglesi hanno questa cosa che si chiama “self-deprecation”, essa può sembrare la soluzione ideale per chi si schermisce con facilità ed invece è una di quelle armi che data in mano a un dilettante finisce che si spara sui piedi. Non la puoi improvvisare. Consiste nel rispondere a chi ci fa i complimenti con una battuta di spirito sulla propria inadeguatezza. Pare semplice no? Chi è davvero modesto, o dubita delle proprie capacità facilmente può pensare che auto-denigrarsi sia la soluzione perché almeno, in tal modo, ha l’occasione di essere sincero. Ma la self-deprecation non è sincerità e tantomeno è modestia, anzi, è la performance ritualizzata del suo contrario. Se osservate l’uso sociale che viene fatto di questo dispositivo noterete che tanto più alto è il papavero, tanto più autorevole, geniale, acclamato e tanto più si prenderà ferocemente in giro. È un esercizio di stile ed è difficilissimo da eseguire bene – in questo sta l’affermazione del proprio merito: con la nostra brillante battuta confermiamo l’opinione di chi ci incensa anche se a parole li si è appena contraddetti e farlo bene è sublime sprezzatura. La self-deprecation se la fai male non fa ridere (ricordiamoci che divertire è pur sempre il suo scopo manifesto) e quel che è peggio offende il giudizio di chi si complimenta con te. In sostanza stai dicendo a chi pensa che indossi un bel vestito che non ha gusto, a chi ha apprezzato il tuo lavoro che è un cretino.

E c’è un secondo pericolo: il vostro interlocutore, se è una persona a modo e sinceramente convinta dei vostri meriti a quel punto si convincerà che avete un colossale problema di autostima e vi loderà con rinnovato zelo, si metterà lì a spiegarvi nel dettaglio perché si complimenta con voi e vi ritroverete a prolungare oltremisura quel momento di imbarazzo che cercavate di scongiurare.

Peggio ancora, se come me siete portati a estenuarvi nell’analizzare le infinite implicazioni e i corollari di ogni azione, vi verrà presto il dubbio che, denigrandovi, state facendo la figura dei cripto-vanitosi, che avete fatto quella battuta PROPRIO per costringere il vostro interlocutore a continuare a complimentarsi e allora avrete schifo di voi stessi, ma proprio nausea sartreiana, la conversazione si farà d’improvviso insostenibile e dovrete riparare al bagno in fretta e furia.

Allora sì che smetteranno di complimentarsi con voi, allora sì.

Wednesday, 4 July 2012

A sproposito di Ischia





Pe' Gennaro
una promessa è una promessa!




#1
C’è tutta questa affascinante varietà ad un evento come il Premio Ischia. Magari voi ci andate tutti i giorni, ma io no, non c’ero mai stata- È educativo, garantisco. E mentre vagavo di dibattito in dibattito, di cena in cena senza capire una mazza, facendo la simpatica con persone che poi ho scoperto essere, chessò, direttori di prestigiose testate (delle volte è meglio non sapere con chi si sta parlando, rifletto io a posteriori, per consolarmi), mi perdevo a guardare a osservare tutti, ascoltare le interazioni più banali, tutto era nuovo e tutto mi interessava. Questo è quello che succede quando prendi una nerd che scrive il blog meno letto d’Europa - e lo scrive in pigiama tra una traduzione e l’altra - e la metti in mezzo ai professionisti del giornalismo italiano. Doveva durare 4 giorni sto premio, perché quando finalmente ho capito come funzionavano le cose, come si arrivava dove, cosa si faceva a che ora, quando ho smesso di arrivare in ciabatte agli eventi più importanti e di leggere distrattamente il programma, per ritrovarmi poi presente per puro caso al momento della mia premiazione, ecco, quando ho imparato a fare tutto questo il premio era finito ed era ora di andare a casa.



#2
“Poi potresti venire ad un incontro della nostra associazione, a parlare del ruolo dei blogger e dei social media” mi viene chiesto. Ovviamente dico sì, ho detto sì ad un sacco di cose di cui ho capito poco in questi due giorni. Però mi viene da ridere. Un po’ perché loro non conoscono gli abissi della mia incompetenza in materia e io sì. Un po’ perché penso che la figura di blogger che molti qui hanno nella testa è quella di un giornalista in scala ridotta, in tutto e per tutto come loro ma libero e svincolato da ogni censura, un cane sciolto coraggiosamente votato alla causa della controinformazione. E certo esistono blogger così, e sono fantastici. Ma ce ne sono tantissimi, e io sono tra questi, che, semplicemente scrivono nella pausa pranzo in ufficio (o, appunto, in pigiama) e lo fanno perché tempo fa hanno obbedito a questo impulso strano, hanno aperto un blog – era facile, era un modo per sfogare la creatività, era gratis. E quando scrivono, questi blogger, magari non stanno ad interrogarsi sul loro ruolo o a chiedersi di cosa sia fatta la particolare goccia che periodicamente fanno cadere nel mare della comunicazione informatizzata.

Forse, come me, sono persone che amano scrivere e, scrivendo, amano articolare il loro particolare sapere o condividere le proprie opinioni eppure mai hanno preso in considerazione l’idea che potevano farne un mestiere, che qualcun’altro fosse seriamente interessato.

I blog che a me interessa leggere, e che mi sforzo anche di scrivere, sono quelli che non si pongono né come giornalismo mancato né come giornalismo svincolato, e nemmeno forse come letteratura o diario online. Mi interessano quelli che si sforzano di fare un po’ tutte queste cose, di unire il racconto personale e la riflessione, il commento. Questi blogger hanno magari opinioni informate su un particolare argomento, per via dei loro studi e della loro professione, ma non mirano solo a comunicarla in modo efficace e funzionale, ad informare. Raccontano di sé. Giocano con la lingua, con le potenzialità e le limitazioni di un testo non solo breve, ma soggetto a quel tipo di lettura distratta che ne fa chi è al computer - la carta è un’ altra cosa o, perlomeno, presenta sfide diverse. E certo, ci sono giornalisti che si pongono gli stessi obbiettivi. Forse il blogger che a me piace leggere e che cerco di essere senza starne a valutare più di tanto le implicazioni è un po’ un columnist, solo che appunto, un blogger non ha ricevuto nessuna investitura, la sua opinione conta solo nella misura in cui dei lettori di passaggio la decretino in qualche modo interessante. Mi domando se ci sia una differenza più sostanziale tra un post e un elzeviro più o meno riuscito, e ancora ci penso.

Forse è vero che, come diceva Valentino Parlato in uno dei dibattiti ospitati dal Premio, la cosa bella dei blog è che fa emergere nuove soggettività. Forse è davvero solo questione di ostinarti a dire la tua anche se nessuno te l’ha chiesta.



#3
Due giorni da “ospite del Premio Ischia” mi hanno offerto un’occasione d’oro per irritare con rinnovato vigore tutti i miei cari e anche qualche passante occasionale. Da quando sono tornata posso indulgere in surreali conversazioni del tipo:

- La sbucci tu la frutta per la macedonia? (papà)
- III-OOO? *sospiro teatrale*... quando ero ospite del Premio Ischia la macedonia era già bell’e pronta al buffet


- L’ha fatto r’bijietto signorì? (controllore dell’Atac)
- Come scusi? Ah no, sa, quando ero ospite del Premio Ischia c’erano i transfer organizzati tra un albergo e l’altro...qua no?

- La puoi mettere su l’acqua per la pasta o come ospite del Premio Ischia senti che questo è cadere troppo in basso? (di nuovo papà, questa volta esasperato)
- Ma no, figurati, sono rimasta in fondo ‘na perzona semplisce, il successo non mi ha cambiata










Come dicevo, sono stata premiata “a mia insaputa” o per lo meno, quando non me lo aspettavo. Per cui non ho potuto tediare tutti con una scena da Kate Winslet alla cerimonia degli Oscar com’era mia intenzione. E non ho avuto la prontezza di ringraziare tutti, per cui lo faccio qui:

Grazie a Il Manifesto, e in particolare a Valentino Parlato e a Maria Delfina Bonada, a Gennaro D’Amato e Daniela Preziosi, è stato un piacere conoscervi.
Grazie alla think-net VeDrò, a Contesto e, ovviamente agli organizzatori del Premio Ischia per essersi presi in carico questo caso pietoso.

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