Wednesday, 22 August 2012

Rebus: un post dalla trama assai insidiosa





I rebus somigliano alla vita – così mi piacerebbe esordire per concettualizzare l’origine di questa mia recente ossessione. D’altronde quante volte l’ho sentito dire, anche nei film, a proposito di questo o quest’altro: la boxe somiglia alla vita, il jazz somiglia alla vita, il baseball, il tango, la vita somiglia alla vita. Mi sono sempre sembrati un po’ banali e stiracchiati questi parallellismi, a dire la verità.

Anzi forse, mi piacciono i rebus della Settimana Enigmistica perché non somigliano alla vita, o solo alla vita quando viene bene, quando hai davanti una situazione di una certa complessità ma, al contrario di quello che succede nella vita, hai tutto il tempo per soffermarti ad analizzarla, valutarla, pervenire ad una soluzione. E se proprio non ti riesce, ti tocca solo di aspettare una settimana per vedere la soluzione sul numero successivo. Nella vita capita di dover aspettare molto di più.

Fino a due anni fa io i rebus non li facevo mai, erano mere illustrazioni decorative sistemate intorno ai miei schemi di parole crociate preferiti. Poi mi sono messa a seguire l’amico M che li sapeva fare (il rebus è un gioco che si basa, anche, sulla padronanza di procedimenti ripetitivi e sulla applicazione di convenzioni sancite dalla pratica, per questo il solutore di rebus raramente comincia da solo, ciascuno di noi ha il suo Obi-Wan Kenobi, il suo gatekeeper) ed è stato come aprire l’armadio e trovarci Narnia.

Un rebus non è un gioco basato sul nozionismo, al contrario del cruciverba tradizionale, non è un gioco di logica (anche se serve anche quella) né di sistema. È un gioco di interpretazione. Ci sono i rebus statici che assomigliano a delle bizzarre nature morte, nelle quali una serie di oggetti disparati sono sistemati su un tavolo e, con l’ausilio di qualche segno grafico, danno origine ad una frase. Ma questa è robetta.

Quelli che piacciono a me si chiamano rebus dinamici, Wikipedia mi informa. In queste vignette vediamo raffigurati una serie di soggetti coinvolti in una qualche azione. Cosa stanno facendo? Chi sono? In che rapporto sono gli uni con gli altri? Sono tutte, queste, domande che il solutore si deve porre perché in una qualsiasi di esse può trovarsi la chiave del rebus.

Lo vedete perché non somigliano alla vita? Mentre cerco di risolvere un rebus io provo molta invidia per chi lo ha creato. Facciamo una tale fatica, nei nostri quotidiani commerci, per essere chiari. Essere chiari è un dovere, un dovere estenuante. Quante volte ci è richiesto di essere chiari quando dire quello che pensiamo realmente è l’ultima cosa che vorremmo fare?. Allora io provo invidia per colui o colei che ha per compito quello di comunicare una frase molto semplice, chessò, una frase tipo “Facciamo della concreta solidarietà”, e gli è stato concesso il lusso di seppellirla nelle profondità di una rappresentazione, una strana scenetta raffigurante un artista intento a modellare un volto umano, varie bottiglie di liquido usato per diluire le vernici e, per finire, alcuni spartiti d’opera.

Anche io vorrei poter fare così ogni volta che devo dire qualcosa di spiacevole, o qualcosa che non ho il coraggio di dire, e forse dovrei preoccuparmi un po’ del fatto che in questi giorni ho risolto così tanti rebus che, mentre parlo, nella mia testa si materializzano piccole nature morte in bianco e nero. Io parlo e con l’occhio della mente vedo teiere, ranocchiette, divinità pagane e bottiglie di menta piperita.

Non sarebbe bellissimo se ogni volta che dobbiamo umiliarci a supplicare Amore mio non andare ( 5 3 3 6) potessimo invece far comparire magicamente dal nulla lenze da pesca, una barca O senza remi, ND e due grossi pappagalli?
E se ogni volta che qualcuno ci chiede se ci è piaciuto il libro che ci ha regalato si potesse rispondere in sincerità: 2 2 5 6 laddove il significato vero di quell’ultima parola di sei lettere è celata con discrezione dietro ad un volatile da cortile e delle competizioni sportive?

Alle volte stai giorni e giorni a scervellarti su un rebus e quando finalmente ci arrivi rimani deluso. Ti sei accorto che l’autore ha preso delle scorciatoie, piegando la struttura grammaticale di certe locuzioni per farcele entrare a forza oppure inserendo dei dettagli che non erano necessari ma lo sembravano, depistandoti quindi, non si sa se apposta o per errore. 
Allora in quei casi mi sento come se mi avessero mentito. Ma come – penso io – tu che puoi dire la verità senza paura e imbarazzo, tu, prescelto tra i mortali, che puoi innalzare davanti ad ogni tua parola uno schermo di ombre cinesi, che fai, la butti in vacca?

Allora si che mi sento come se i rebus somigliassero alla vita, allora si che ci rimango male.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...