Saturday, 22 September 2012

Hello darkness my old friend





Quando si spengono le luci, il uifì, il televisore col decoder, il frigo e lo stereo sono le ore 20.15 e mio padre ed io ci scambiamo uno sguardo che, anche nella fitta penombra, si intuisce essere di inequivocabile smarrimento.
Quelli che seguono sono minuti di grande concitazione, da un balcone all’altro, dall’attico al seminterrato il responso è unanime: manca la luce in tutto il palazzo. 

Ah! Capirai...ce vorrà un’ora prima che arrivino quelli dell’Enel, poi devono cercare il guasto, poi scopriranno che le mappe che hanno non sono aggiornate e perderanno altre due ore a cercare la centralina giusta, poi decideranno che è una cosa lunga...ce ne sarà fino a domani - è la diagnosi lucida e impietosa di mio padre, il quale non è uomo da lasciare che l’ottimismo o la speranza interferiscano con una previsione azzeccata.

Alle ore 20.20 abbiamo già cercato e acceso tutte le candele che avevamo in casa, l’aria è fragrante dell’ aroma combinato di venti tipi diversi di lumini TINDRA di IKEA e noi ci guardiamo l'un l'altro come a dire 'e mo’ che famo?'
Ci vuole un po’ perché la nostra mente prenda atto di come non ci sia davvero nulla da fare. Fa tenerezza il cervello umano in situazioni come queste. Quello che segue è il cortocircuito mentale innescato dal febbrile prodursi di possibili soluzioni nate morte: 

- Va be’ manca la luce, e che ci fa! Ascolto la rad...err...no.

- Allora magari mi leggo un libro...no.

- Mi guardo un film in streaming...no.

- Telefono a...no, perché è isolato anche il telefono [grazie Fastweb!]

Alle ore 20.25 mio padre siede sul divano davanti alla TV come ogni sera, ma siccome essa tace e caparbiamente si ostina a tenergli celata la puntata quotidiana di Otto e Mezzo, si guarda intorno con lo sguardo confuso che hanno nei film gli scampati ad un incidente ferroviario o ad un terremoto.

Alle ore 20.30, incapaci di sopportare oltre questo silenzio innaturale decidiamo di scuoterci dal nostro shock post-traumatico e preparare la cena. 
Pare facile. Avanzando a tentoni alla luce fioca delle candele recuperiamo dal frigo gli alimenti base (Papà insiste affinché il frigo sia aperto solo laddove strettamente necessario per preservare intatta la catena del freddo anche nelle lunghe ore, o forse settimane, che seguiranno). Mettiamo a bollire l’acqua e pesiamo la pasta. Solo che al buio non riusciamo a leggere il display della bilancia per cui vai a sapere.
Mettendo a rischio l’incolumità delle mie ditine sante provo a tagliare dei pomodori mentre mio padre compie un gesto inaudito che basta da solo a far comprendere tutta quanta la sua disperazione: lava i piatti.

Alle ore 20. 45, scodellata una pasta certamente non bastante e forse davvero poco condita, pasteggiamo a lume di candela. La conversazione è riassumibile come segue:

- Certo però, noi il pronto intervento mica l’abbiamo chiamato

- Eh no! Noi non lo chiamiamo mai!

- Ma allora chi l’avrà chiamato?

- Quelli dell’interno 6, lo chiamano sempre loro

- E se questa volta non l’hanno fatto?

...

- No, dico, e se proprio stasera gli fosse venuta l’alzata d’orgoglio e avessero deciso che si sono stufati di essere sempre loro a telefonare?’

- Se non hanno chiamato loro avrà chiamato qualcun altro

...

- E... se...non avesse chiamato...NESSUNO?

Quest’ultima parola rimane lì, sospesa come un anello di fumo nell’aria viziata a trattenere un pensiero di orrore indicibile.

Alle ore 21.00, finita la cena, ci avvicendiamo nevroticamente al balcone per spiare l’arrivo del pronto intervento. Ogni volta che vediamo avvicinarsi qualcosa di vagamente furgoniforme cominciamo a saltellare e sbracciarci ‘SIAMO QUIIIIII! AIUUUUUUTOOO!’.

Alle ore 21.15 disperiamo di ogni salvezza e della nostra capacità di sopravvivere a questo ritorno di Medioevo. Dovremmo riscoprire la socialità semplice dei nostri progenitori, magari accoccolarci intorno al tepore delle candele e raccontarci antiche leggende oppure dipingere scene di caccia sulle pareti, invece siamo qui a chiederci se le nove e mezza siano un orario accettabile per andare a dormire. Tra le mani stringo il cellulare, il mio ultimo contatto con il mondo. Presto la batteria si scaricherà e allora tutto sarà perduto.
Nel frattempo mando messaggi pieni di urgenza a tutti i miei affetti più cari.

Alle ore 21.30 comincio a scrivere il qui presente post nella speranza che, dovessi sopravvivere a questa lunga notte e riuscire un domani a pubblicarlo sul blog, la mia esperienza possa magari essere di conforto a qualcuno, chissà.

Alle ore 21.35 la corrente torna.

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