Thursday, 22 November 2012

La Marinière: 'Na cosa di Righe



 
 
 
Adesso va di moda vestirsi a righe. Maglioni a righe, calzini, magliette a righe, calze a righe. La gente ha preso a fare foto con Instagram dei propri abiti a righe e condividerli sui social network. Spesso sono foto di gruppo in cui ciascuno posa con indosso qualcosa a righe. L’effetto complessivo è quello di una sinfonia di righe, una pletora di righe. Pletora, che bella parola. Come Carlinga.
 
Anche io ho diverse foto di questo tipo, perché anche io amo le righe. E amo la gente che ama le righe. E la gente che ama le righe mi ama. Per questo motivo capita non di rado che ci si veda per un caffè, o a una festa, e molti di noi si indossi qualcosa a righe.
 
Io amo le variazioni di bianco e nero, o di grigio e nero. Ma ammiro e riverisco quelli spiriti liberi che osano, sfoggiando righe di colori brillanti, arcobaleni di righe, righe in technicolor.
 
Sono succube delle mode? Mi piace pensare che questa sia un fortunato transito del gusto, in cui i capricci dei marchi di abbigliamento sono giunti per una volta a nobilitare una mia naturale predilezione.
Non è che se domani le passerelle degli stilisti si riempiono di roba a pallini io comincio a vestirmi a pallini, eh. Ci mancherebbe, anzi chiamiamoli Pois, o Puà, o Puah, che è più accurato. Io la odio la roba a puah. Per chi mi avete preso.
 
Le malelingue potrebbero obbiettare che questo è perché sono una radical-chic di merda. Che io e i miei amici quando ci riuniamo da Giufà combinati come tanti cosplayer ad una convention dell’ape Magà non siamo altro che il più trito stereotipo. Per forza poi ci mettiamo gli occhiali con la montatura nera e chiamiamo i nostri figli, chessò, Parsifal.
 
Ora, solo perché io e i miei amici siamo a vario titolo trentenni, variamente impiegati in settori creativi, variamente residenti a Roma in zona SanLorenzo/Pigneto, solo perché ci siamo laureati in Studi Orientali e beviamo Amaro del Capo, non è che si può fare di tutta l’erba un fascio, giusto? E solo perché guarda caso ci piacciono le righe. Per dire, a me piacciono anche i quadretti.
Non è che piacciano a tutti, i quadretti.
 
C’è tanta gente piena d’odio là fuori. Pronta a sputare veleno su me ed i miei amici per via dei nostri maglioni a righe. Io li odio quelli così.
 
Sappiano, questi censori, questi sputasentenze, che a me da piccola mi vestivano sempre a righe. Non c’è foto della mia infanzia in cui io non sia ritratta con indosso qualcosa a righe. Pagliaccetto a righe, maglioncini a righe, berretti di lana a righe.
È chiaro quindi che, quando indosso la mia Breton oggi, sto rivivendo tutta una serie di cose profonde e radicate nel mio inconscio che forse proprio questa riappropriazione fatta ora nell’età adulta mi sta permettendo di superare. Come al solito giudicate senza capire, superficiali.
 
Le righe portano seco un loro particolare messaggio. Dicono “Vorrei essere Jean Seberg”. Dicono “I’m a Mac”
“Ho un’ossessione per i font tipografici e il decorporno”.
Dicono “Mangio solo Ramen”.
“Ho fatto la Montessori
Dicono “Pensate che io mi creda originale? So bene di non essere originale ma non mi importa di passare per uno che si sforza di essere originale e in questo sta la mia originalità”.
Dicono “Lo so che quando mi vedete così, in bicicletta, con la maglietta a righe e le cuffione nelle orecchie vorreste spaccarmi la faccia, aprire lo sportello dell’auto e uccidermi. Ma non lo fate. Ah! Non servirebbe a niente. Ce ne sono altri pronti a prendere il mio posto, il mio nome è legione”.
 
 
Tutto questo per dire.
Per dire che?
 
Mi piacciono le righe e non mi vergogno, no no, non mi vergogno.
 
Mh.

Monday, 19 November 2012

I Racconti del Terroir: cucina tipica, recensione tipica (ma solo su Tripadvisor)







Un pranzo da sogno in questa gemma sui monti!


Io e la mia signora siamo approdati in questa meravigliosa osteria tipica in un assolato ma frizzante sabato di Novembre. La località di Salcazzo vale senz’altro una visita, arroccata come un presepe in uno dei nostri più scenografici paesaggi montani. Peccato solo che la vicina attività estrattiva, quelle cave di Amianto che costituiscono da tempo immemore la principale risorsa economica della la fiera e schietta gente del luogo, è un tantino rumorosa e fa talora sì che le vie e le piazze siano percorse da quelle che possono sembrare scosse di terremoto. Ciò ha spaventato un poco la mia signora, dal momento che essendo il nostro anniversario (vent’anni! Ah, vent'anni d’amore...ma divago) insomma dicevo, in occasione del nostro anniversario ella sfoggiava una graziosa décolleté col tacco 10 cm, ricevuto in dono da me medesimo, e si è quindi parecchio spaventata quando si è ritrovata a traballare pericolosamente durante la nostra visita al Monumento al Cavatore, che domina la vallata e il corso tumultuoso del vicino fiume Secchia.

Salcazzo, ovviamente, è ben nota ai gourmet di tutto il mondo per la sua produzione tipica, la Milza Spappolata IGP. La Sagra della Milza Spappolata di Salcazzo si tiene di solito nel mese d’Agosto e io e la mia signora ci ripromettiamo senz’altro di tornare, nel frattempo abbiamo colto l’occasione di fare scorta acquistandone grandi quantità in una delle tante botteghine del paese.
Dopo un idilliaco giro in macchina su per i monti nonostante il tempo cattivo e il manto stradale danneggiato della recente alluvione, siamo arrivati nella bella piazza principale di Salcazzo a ora di pranzo, titillati e di buon appetito.

L’Osteria di Prudenzio è proprio lì di fronte alla chiesa, punto di riferimento irrinunciabile per i locali e per i turisti in egual misura. Se, come noi, doveste arrivare fuori stagione e il ristorante dovesse a prima vista sembrarvi chiuso, non esitate a bussare. Prudenzio vi accoglierà con un sorriso e sfoggiando grande cordialità vi apparecchierà il tavolo che preferite. Si cambierà anche d’abito per venire a servirvi, dismettendo all’istante il curioso pigiama che costituisce la sua mise di pre-servizio, credo.

La mia consorte era d’umore festaiolo e un luccichio malizioso le accendeva lo sguardo, per cui abbiamo subito ordinato il vino, scegliendo un rosso della casa nell’ampia scelta della cantina di Prudenzio. Esso è arrivato in una bella caraffa schiumante, e Prudenzio si è dimostrato un fine conoscitore, raccontandoci con dovizia di particolari le tradizioni vitinvinicole della zona, poco note in quest’area bonificata di recente.


Un rosso così corposo e asciutto ci ha subito stimolato una voglia di cacciagione e con l’acquolina in bocca abbiamo ordinato dal menù degustazione che è il vanto di Prudenzio e della sua osteria. Tutto era squisito, la gestione orgogliosamente familiare di Prudenzio guarda con coraggio alle avanguardie culinarie del momento mantenendo i piedi ben piantati nei luoghi della tradizione. 
Da non perdere gli antipasti misti, con l’immancabile milza spappolata, qui servita su crostini caldi e in forma di delizioso flan. Ma non da meno sono le pietanze meno conosciute quali la verza lardellata, la polenta lardellata, e la squisita parmigiana di lardelli.
In cucina abbiamo l’anziana madre di Prudenzio, la Signora Tina, ed è bello immaginarsela a confezionare questi manicaretti che una tradizione plurisecolare le ha trasmesso direttamente dalla madre e chissà, forse dalla nonna.


A seguire, la pasta fatta in casa dalla Signora Tina, che Prudenzio ci ha confermato essere una tradizione del luogo, gli stronzoli raffermi, ottenuti impastando farina di castagne, latte di capra e caolino. Il tutto condito con un sostanzioso ragù di lepre. L’unico neo, in questo caso, sono stati i tempi di attesa, forse eccessivi per un sugo. Noi sposi innamorati abbiamo speso in serenità quest’ora di spensieratezza, rievocando i nostri lunghi anni d’amore, solo l’improvviso rumore di spari ha per un momento turbato il nostro sensuale tête-à-tête. Quando è arrivato il nostro primo esso era senz’altro all’altezza della sua reputazione, basta solo stare attenti a non ingerire per sbaglio i pallini da caccia. Mangiare a chilometri zero, d’altronde, mi ha mormorato maliarda la mia sposa, richiede flessibilità e un godimento per l’approccio schietto e no nonsense dei produttori locali. 


Per finire, i dolci tradizionali dell’umile cucina contadina i cui semplici sapori sono troppo spesso sottovalutati dai patiti della Haute pâtisserie. Cosa c’è di meglio che accompagnare ad un buon caffè i mostaccioli di ghiande, e il dolce tipico delle feste qui a Salcazzo, la torta Mattonazza, che ricorda un po’ il più comune e ormai inflazionato buccellato, ma rinnovato e reso più stuzzicante dall’aggiunta di bucce di pistacchio e sassolini di fiume. Purtroppo Prudenzio non ha potuto servirci il caffè, dal momento che l’alluvione ha interrotto le consegne dei suoi rifornitori, ma da abile e consumato Maitre D qual è, egli ha fatto di necessità virtù, servendoci una selezione di decotti e liquori di produzione propria. Io e la mia signora siamo ora convertiti e, ritenendo che nessun pasto possa ora ritenersi completo senza un bicchierino di Filu Spinatu fatto in casa dal padre di Prudenzio, ex minatore oramai in pensione, abbiamo acquistato una bottiglia del prezioso distillato da portare a casa con noi.


Pagato il conto, quanto mai equilibrato dal momento che si sa, la qualità costa e 250 euro non sono nulla in confronto alle sensazioni che Prudenzio ha saputo regalarci, abbiamo dovuto lasciare questo scampolo di paradiso, carichi di ricordi e deliziosi souvenir che consumeremo a casa, quando ci prende la nostalgia. Io e la mia graziosa metà ve lo consigliamo caldamente!

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