Wednesday, 12 December 2012

La fine dell'altro mondo non arriva mai troppo presto (lettura digerita che se la fanno sul Guardian la posso fare pure io)

 
 
“Che pena tornare in questa città di morti” Pensò Ludovico Roncalli accendendosi un’altra sigaretta.* Forse perché Genova si apprestava ad ospitare il G8, forse perché il cielo era una diafana bolla di sperma prossima allo scoppio, forse perché poco dopo venne a piovere e ciò rese insopportabile, per il lettore, il ricordo della similitudine usata poc’anzi. Forse perché quella sera era atteso a cena dai suoi genitori, e non è forse vero che l’inferno sono gli altri?
Che pena essere figli di genitori benestanti e affermati, la cui borghese mostruosità si palesa tutta nel loro insopportabile: 1) essere felici 2) essere felici e apprezzare Don De Lillo 3) essere felici e servire una pasta scotta. Le famiglie infelici lo sono ciascuna tolstoianamente a modo suo, proprio vero, e talune lo sono per motivi che non capisci nemmeno alla fine del romanzo.
Ludovico si accese un’altra sigaretta e, trattenendo un conato, buttò le cenere sul parquet del confortevole appartamento compratogli dai suoi genitori. Rifletté a lungo sulla sua vita. Non poteva fare a meno di chiedersi perché, dal momento che il suo mondo era popolato di persone mediocri, esse si ostinassero tutte ad essere più realizzate, interessanti e simpatiche di lui. Per fortuna suonarono alla porta, era Umberta, la sorella di Ludovico fatta ad immagine e somiglianza di Ludovico ma inspiegabilmente bella, nonostante somigliasse a Ludovico.
 
- Ciao Ludo, mi sei tanto mancato mentre eri a Parigi! Voglio vedere l’ultimo film di Muccino, sono certa che in esso riuscirò ad intravedere un’elaborazione del tema psicanalitico dell’incesto fratricida, mi ci porti?
 
- Smettila di incalzarmi con quest’ossessione incestuosa Umba, tutta Genova ne parla. – La sgridò Ludovico, accendendosi una sigaretta.
 
- Se non mi ci porti ti tormenterò descrivendoti nel dettaglio le scorribande erotiche per mezzo delle quali sublimo la mia libidine adelfica repressa.
 
‘Va bene andiamo’, si arrese Ludovico accendendosi una sigaretta.
 
 
...
 
Ludovico fumò altre sigarette, bevve gin e pensò lungamente a tutte le cose e le persone che odiava. Infine giunse l’ora di recarsi all’università per tenere il suo consueto seminario mensile. “Ma prima parlerò col mio relatore, lo annoierò con una lunga disamina sulle varianti testuali contenute in due differenti edizioni del testo postumo di Cyrano de Bergerac. Mi farò beffe del provincialismo e dei buffi intercalari del Professore, poi annoierò tutti gli altri con la mia lettura psicanalitica dei testi arcadici”.
 
“Io ci vedo una chiara elaborazione del tema dell’incesto fratricida” Intervenne Umberta, alla fine del seminario. Applausi in sala.
 
...
 
“La tua ex-compagna di classe è diventata una punkabbestia, sembra infelice e smarrita.
Non mi stupirei se, dal momento che siamo a Genova e tra pochi giorni c’è il G8, Katia dovesse fare una brutta fine”
 
“Marta, ma che dici, tu in questo libro sei la fidanzata giovane, bella e scema, un dispositivo narrativo che permette all’autore di punteggiare la trama con scene di sesso sudiciotto. Non puoi dire cose intelligenti, mi fai fare brutta figura! Non lo sai che in ogni dialogo devo sembrare io il più intelligente di tutti? Mi trovo quindi costretto a confutare la tua affermazione, anche se stavo appunto abbandonandomi ad un’amara rêverie sul tempo che passa, osservando il modo in cui gli anni e le droghe hanno infierito sul volto un tempo intonso di Katia”
 
“Intonso? Intendi dire che prima non si faceva la barba?”
 
“Eh? No, usavo il termine in modo sciatto e inaccurato senza badare alla sua etimologia. Probabilmente, ma non posso esserne certo perché spesso l’autore mi impone di usare parole che non capisco, intendevo dire che il viso di Katia al liceo era intatto e senza acne”
 
“Penso che aiuteresti non poco il lettore a sospendere l’incredulità e convincersi che sei un fine studioso se non usassi aggettivi a sproposito”
 
“E tu aiuteresti me, se la smettessi di pronunciare le uniche parole di buon senso di tutto il romanzo. Marta, non hai letto la circolare? Tu sei bella e scema, hai capito? E ricca. Per favore concentrati, non riesco a sodomizzarti se continui a parlare”
 
“Non riesci a sodomizzarmi perché quando ci provi pensi a tua sorella. Che poi non si capisce perché la tua ossessione incestuosa per Umberta ti sia d’impaccio nella pratica del sesso anale ma non in tutte le altre modalità performative della copula”
 
“Ci sono tante cose incomprensibili in questo romanzo Marta, lo capirebbe anche una scema come te”
 
“E già. Ludovico, scusa, mi è venuto un dubbio”
 
“Dimmi Martina cara”
 
“Ma se io sono una ventenne bella e ricca, perché vengo a letto con te che sei pelato, alcolizzato, insopportabilmente saccente e usi parole come anfanante?”
 
“A dire la verità, non so dirtelo. Tutte le donne di questa storia sono state ad un certo punto della loro vita ventenni, belle, ricche e hanno voluto fare sesso con me. Pure mia madre”
 
“Certo che questa cosa della sospensione dell’incredulità è proprio una faticaccia”
 
“Marta adorata, verrà un giorno in cui la società Dante Alighieri lancerà una campagna nazionale, essa si chiamerà Adotta una parola, i partecipanti si impegneranno a scegliere alcuni dei lemmi più desueti del nostro ricco idioma, ingegnandosi poi ad utilizzarli ogni volta che è possibile. Quel giorno noi diverremo personaggi di un romanzo, io userò aggettivi come ‘ligustico’ anche se il correttore automatico di Word non li riconosce, disprezzerò le femmine e tu mi amerai”
 
“Accidenti, non scherzavi quando dicevi che sono scema”.
 
 
 
 
 
*Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo, Minimum Fax, Maggio 2012.
 

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